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DAIHATSU chiude: che ne sarà dei consumatori italiani?

Daihatsu

DaihatsuDi seguito il comunicato stampa dell’  Associazione Concessionari Italiani Daihatsu :

“Il 13 gennaio scorso la DAIHATSU MOTOR COMPANY, Casa automobilistica del gruppo Toyota, ha annunciato pubblicamente che, visti i ridotti consuntivi di vendita, il cambio valutario sfavorevole e l’onerosità dello stare al passo con le normative europee, la commercializzazione delle vetture Daihatsu in Europa non è più remunerativa e quindi cesserà il 31 gennaio 2013. Daihatsu “continuerà ad assicurare i servizi di riparazione e manutenzione e la vendita di parti di ricambio fino a quando ci sarà domanda, attraverso una rete di riparatori autorizzati Daihatsu in Europa”(1). A questo comunicato hanno fatto seguito le assicurazioni della responsabile marketing dell’importatore italiano che è giunta a garantire, in un’intervista, l’assistenza ai clienti per i prossimi 20/25 anni! (2)

Ma è proprio vero tutto ciò? Dall’analisi di fatti e cifre sembra proprio che la storia sia ben diversa e che, per gli automobilisti che hanno scelto e sceglieranno per un altro anno ancora una Daihatsu, la possibilità di ricevere un adeguato servizio di assistenza e fornitura dei ricambi sia a rischio.

Parliamo, ovviamente, della situazione italiana dove l’importatore (che non è “proprietà” della Casa costruttrice bensì di Toyota Tsusho Corp.), precorrendo i tempi con singolare preveggenza, ha disdettato con un pretesto e con un solo anno di preavviso, la propria rete di concessionari il 30 giugno 2010. Dal 1 luglio 2011, quindi, Daihatsu Italia s.r.l. è ufficialmente senza rete di concessionari e riparatori (le vetture vengono attualmente distribuite senza l’elenco dei centri di assistenza previsto per legge) e racconta, a quelli che lo chiedono (senza nemmeno provarlo), di avere una rete di “riparatori autorizzati” e un contratto di altri cinque anni con Daihatsu Motor Co. E poi cosa succederà? In che modo e da chi gli utenti saranno assistiti? Il problema, a quanto pare, è già una realtà in quanto, a più di quattro mesi dalla dismissione della rete dei concessionari, Daihatsu non ha ancora una rete di assistenza in Italia e i contratti che sta proponendo ai futuri “riparatori autorizzati” oltre ad essere, ovviamente, di cinque anni e senza clausola di rinnovo, lasciano a Daihatsu Italia anche la libertà di ritirarsi anticipatamente in qualsiasi momento se dovesse interrompersi anzitempo il proprio impegno con la Casa mandante o se dovesse decidere di chiudere i battenti anzitempo.

Quest’ultima possibilità sembrerebbe molto più di un’ipotesi in quanto Daihatsu Italia dichiara da due anni nei propri bilanci (pubblici) delle perdite considerevoli, nettamente superiori al proprio capitale sociale. Praticamente dovrebbe essere già stata sciolta se il principale azionista (una finanziaria del gruppo Toyota che ne ha il 96%), ogni anno, non provvedesse a ricapitalizzarla con qualche milione di euro. Forse perché hanno ancora auto da smaltire? Considerato però, che i ricavi di Daihatsu Italia erano rappresentati per oltre il 90% dalla vendita di auto e per meno del 10% dalla vendita dei ricambi, appare evidente che, con i soli ricambi e con un simile trend negativo, potrebbe non andare avanti per molto. Con ogni probabilità, i cinque anni di assistenza ventilati saranno quindi una chimera; altro che l’annunciato “fino a quando ci sarà domanda” della Casa mandante o i 20/25 anni dell’ufficio marketing italiano! Non sbaglieremmo di molto se affermassimo che dopo il 2013, vendute cioè le ultime auto, Toyota T. C. chiudesse i rubinetti e allora davvero i consumatori dovranno dire “Sayonara Daihatsu!” … e chi avrà diritto alla garanzia (anche di 5 anni in alcuni casi) che farà? Potrà scegliere se fare comodamente causa a Daihatsu in Giappone o se fare causa in Italia all’importatore ormai chiuso.

Per impedire tutto ciò, alcuni concessionari, riuniti in associazione, hanno dato battaglia in Tribunale e restano ormai l’unico baluardo a difesa del consumatore e l’ultimo “inciampo” allo scellerato piano di produttore e importatore. Fino ad oggi purtroppo, il Tribunale non ha ritenuto di dover emettere un provvedimento d’urgenza per limitare l’impatto deleterio di tale “piano” e ha rimandato ogni decisione ai lunghi tempi della causa civile, incurante delle centinaia di posti di lavoro che rischiano di scomparire e delle decine di migliaia di automobilisti “a rischio” che hanno dato fiducia (e denaro) a chi oggi li ripaga in questo modo. In ogni caso la battaglia è solo all’inizio e noi, come associazione, ci auguriamo che la tanto criticata giustizia italiana possa riscuotersi e cogliere il chiaro senso di ingiustizia e opportunismo che impregna l’operazione di Daihatsu.

Guardando indietro di alcuni anni, infatti, si può notare che anche l’affermazione che il mercato europeo non è più remunerativo per Daihatsu non resiste alla prova dei fatti.

Se partiamo dal 2005  (anno nel quale il produttore, soddisfatto delle vendite in Europa decideva di farne crescere i volumi, presentando ai concessionari un ambizioso piano quinquennale di nuovi modelli incluso un motore diesel) vediamo che Daihatsu aveva una penetrazione sul mercato italiano pari allo 0,26%. Nel 2010, anno della “resa”, notiamo che la quota di penetrazione è addirittura superiore (0,29%); dai bilanci, poi, si scopre che la media dei ricavi è certamente in attivo, nonostante il fatto che dal 2007 il programma presentato ai concessionari nel 2005, che prevedeva l’introduzione dei nuovi modelli, abbia subito un sostanziale arresto.

Perché allora abbandonare il programma già nel 2007 e poi sostenere a fine 2010 che non è più remunerativo vendere auto (quali auto?) in Europa?

La crisi Daihatsu in Europa, quindi, sembra proprio una diretta conseguenza di una “razionalizzazione” degli investimenti, per usare un eufemismo manageriale, deciso dalla Casa che, ricordiamo, è una controllata di TOYOTA.

Il crollo delle vendite Daihatsu in Italia infatti, dopo un exploit positivo nel biennio 2007-2008, inizia solo nel 2009. Sembrerebbe una situazione comune ad altri marchi automobilistici che non hanno potuto, o voluto, affrontare seriamente la contrazione globale del mercato, ma la vicenda del marchio Daihatsu è ben diversa. Alla luce dei recenti accadimenti, è ormai evidente come Daihatsu Motor Co. abbia deciso già da alcuni anni di disimpegnare il proprio marchio dal mercato europeo causandone, quindi, l’insuccesso commerciale. Questa deduzione, che qualcuno potrebbe ancora giudicare azzardata, è stata confermata ai giornali proprio da Daihatsu Italia che lo scorso aprile, per mezzo del proprio marketing manager, dichiarava al mensile Quattroruote che quella di Daihatsu Motor Co. è stata “una strategia aziendale chiara e precisa”. Era più che prevedibile, infatti, che si sarebbe arrivati a una flessione considerevole delle vendite dopo il mancato lancio di ben cinque dei modelli annunciati, il rialzo sconsiderato dei prezzi e la mancata introduzione di una motorizzazione diesel, indispensabile nel nostro mercato.

Quanti ancora oggi, dopo sei anni dalla presentazione del modello Terios, rimangono sorpresi nell’apprendere della mancanza di questo tipo di motorizzazione, peraltro prevista nell’ambizioso piano presentato ai concessionari nel 2005, che avrebbe moltiplicato enormemente le vendite di questa vettura di successo!

Nel triste “Piano per il mercato europeo” pubblicato il 13 gennaio 2011, come abbiamo detto, il produttore giapponese cerca di giustificarsi parlando anche di difficoltà economiche dovute al calo progressivo delle vendite nel mercato giapponese e di concorrenza emergente nei mercati asiatici, come Indonesia e Malesia, ma sia in Giappone che nei mercati emergenti Daihatsu è ai primi posti nelle vendite e in questi ultimi ha pure enormi impianti di produzione in loco che, oltretutto, sta ampliando. Parla di cambio sfavorevole euro-yen, ma si tratta di un fenomeno abbastanza recente che sta producendo i suoi effetti per tutto il “made in Japan” e, volendo, poteva essere risolto delocalizzando la produzione proprio in Indonesia o Malesia. Negli anni passati, al contrario, il rapporto di cambio era nettamente favorevole all’euro e gli utili allora “portati a casa” dall’importatore italiano non sono stati di poco conto (parliamo di 18 milioni di euro netti in soli tre anni!).

È vero, c’è stata la forte flessione del numero di vetture vendute in Europa a partire dal 2009, ma ciò ha comportato una riduzione della quota di mercato ai livelli di cinque anni fa e non una disfatta assoluta del marchio. La spiegazione è che, semplicemente, i modelli sono insufficienti, ormai datati e visibilmente costosi.

In completo silenzio, però, passa il fatto che, pur essendo precipitate le vendite, nel 2010 gli incassi della Casa giapponese in Europa, con la crisi globale e il cambio sfavorevole, sono più alti di circa il 20% di quanto non lo fossero nel 2005 quando, come si è detto, fu illustrato ai concessionari il piano commerciale di rilancio.

L’ultimo pretesto è quello delle normative antinquinamento europee sempre più stringenti ma, detto dall’azienda che fornisce e continuerà a fornire dopo il 2012 i motori a Toyota (3), è un discorso che non sta assolutamente in piedi.

La realtà è che Daihatsu Motor Co. consegue continui incrementi di produzione e di ricavi a livello globale, mentre alcune voci riferiscono che presto potrebbe “trasferire” al marchio Toyota la commercializzazione in Europa di parte della propria gamma.

Il “ritiro”, quindi, sembra più che mai freddamente pianificato da tempo e, certamente, della cosa erano stati informati con molto anticipo i vertici dei vari distributori europei (il distributore inglese, un imprenditore indipendente, ha deciso improvvisamente di cessare l’importazione di veicoli Daihatsu già dal 2009, offrendo la concessione un altro marchio ai propri dealers). Correttezza avrebbe voluto che, a questo punto, Daihatsu, avendo deciso unilateralmente di ritirarsi dall’Europa attuando palesemente una “…strategia aziendale chiara e precisa”, (…e le strategie non si pianificano il giorno prima!) avesse informato per tempo la rete di vendita, evitando di chiederle cospicui investimenti e di alimentare aspettative di profitto. Ma soprattutto sarebbe doveroso che oggi rassicurasse, con i fatti e non con le parole, i propri clienti per il “dopo” 31 gennaio 2013″.

A.C.I.D. – Associazione Concessionari Italiani Daihatsu – 31 ottobre 2011.

(1): http://www.daihatsu.it/news/il-piano-europeo-di-daihatsu-motor-co-per-il-mercato-europeo.html

(2): articolo “Sayonara Daihatsu” Quattroruote aprile 2011

(3): pag.14 Daihatsu annual report 2010