BYD sorrideva in Europa con un impianto da 1 miliardo di dollari. Solo che poi è finita sotto indagine. Lo stabilimento di Szeged, in Ungheria, doveva essere la testa di ponte per conquistare il mercato europeo senza pagare il dazio compensativo del 17% sui veicoli prodotti in Cina. Un piano solido, negoziato negli anni d’oro della luna di miele tra il presidente ungherese Viktor Orbán e Pechino. Poi ad aprile il partito Tisza di Péter Magyar ha vinto le elezioni e il clima è cambiato di colpo.
Il nuovo governo ungherese ha avviato una revisione sistematica di tutti gli accordi firmati dalla precedente amministrazione con aziende cinesi. BYD è nel mirino su due fronti: i termini dell’investimento a Szeged, negoziati dall’ex ministro degli Esteri Péter Szijjártó, che entrato in BYD a luglio come direttore delle relazioni esterne, cinque giorni dopo la nomina si è ritrovato citato da Magyar in parlamento, e un’indagine di polizia sulla rimozione di terreno contaminato dal cantiere.

La vicenda del terreno è già parzialmente chiusa sul piano amministrativo. A febbraio era emerso che BYD aveva spostato suolo superficiale su circa 20 ettari di terreno agricolo senza i test necessari. Un decimo risultava contaminato da alchilbenzeni. Agli agricoltori era stato ordinato di distruggere i raccolti.
A giugno i test accreditati hanno certificato che la contaminazione non superava più i limiti di legge, e l’ufficio provinciale ha chiuso il procedimento con una multa da 10 milioni di fiorini, circa 32.000 dollari. L’indagine penale, aperta il 19 maggio, è invece ancora aperta.

Magyar intanto alza la voce. A luglio ha annunciato quelle che ha definito le norme ambientali più severe dell’Unione Europea: tasse più alte per chi inquina, fine degli incentivi fiscali per le multinazionali. Il ministro dei Trasporti Dávid Vitézy ha precisato che non ci sarà “né compromesso né flessibilità”. Dal 16 agosto, i progetti dichiarati investimenti nazionali chiave non sono più esentati dalle norme ambientali. I trasgressori rischiano sei mesi di stop ai permessi di costruzione.
BYD non è sola. A Debrecen, CATL si è vista bloccare tre reparti del suo impianto da 7,34 miliardi di euro dopo che nove lavoratori avevano mostrato livelli elevati di nichel. Semcorp è stata chiusa a giugno per metalli nelle acque sotterranee. Samsung SDI e SK On rientrano già nel perimetro delle nuove norme.
Nel frattempo, lo stabilimento di Szeged, progettato per 200.000 veicoli l’anno, forse 300.000 secondo alcune stime cinesi, è in ritardo di un anno. La produzione di prova è partita il 29 gennaio con 960 addetti, l’assemblaggio vero è atteso nel quarto trimestre del 2026.
Intanto, l’altra fabbrica da 1 miliardo di dollari, quella in Turchia, annunciata per il 2024, è ferma. In Europa, però, BYD cresce: nel 2025 le immatricolazioni hanno toccato quasi 188.000 unità, con un aumento del 270%. Stella Li ha dichiarato che l’Ungheria è “la priorità numero uno”. Difficile darle torto. Difficile, però, anche ignorare che l’accoglienza è diventata molto meno calorosa.
