C’è stato un periodo in cui un motore diesel veniva progettato con un obiettivo molto semplice: durare. Doveva sopportare viaggi interminabili, carichi pesanti, manutenzione non sempre impeccabile e centinaia di migliaia di chilometri. Le prestazioni contavano, ma venivano dopo.
I motori diesel che hanno trasformato l’affidabilità in leggenda
Oggi molti di quei propulsori hanno venti o trent’anni e continuano a lavorare. Si trovano su auto usate dal valore contenuto, spesso segnate dal tempo, ma ancora capaci di affrontare lunghe percorrenze senza drammi.
I motori moderni non sono necessariamente costruiti peggio. Sono però molto più complessi. Normative severe hanno imposto iniezioni ad altissima pressione, turbine sofisticate, filtri antiparticolato, valvole EGR e sistemi per il trattamento dei gas di scarico. Soluzioni che hanno ridotto consumi ed emissioni, aumentando però il numero dei componenti potenzialmente delicati.
Il simbolo della vecchia scuola resta il Volkswagen 1.9 TDI. Rumoroso, ruvido e tutt’altro che raffinato, si è guadagnato una reputazione quasi leggendaria. Ha equipaggiato Golf, Passat, Polo, Seat Ibiza e Leon, oltre a numerosi modelli Skoda. Molti esemplari hanno superato i 400.000 chilometri, alcuni sono arrivati ben oltre.
In Francia, il ruolo di instancabile lavoratore spettò al 2.0 HDi del gruppo PSA. Lo si trovava sulle Peugeot 206, 306 e 406, sulle Citroën Xantia, C5 e Xsara Picasso, ma anche sui veicoli commerciali. Partner, Berlingo, Expert e Jumpy hanno contribuito a costruirne la fama, spesso affrontando ogni giorno carichi e percorrenze impegnative.
Tra i furgoni si fece apprezzare anche il 2.5 dCi Renault-Nissan. Montato su modelli come Master e Trafic, era nato per lavorare molte ore consecutive. Non cercava il silenzio o la raffinatezza: doveva portare a termine il lavoro. Toyota rispose con la famiglia D-4D, utilizzata su Corolla, Avensis, RAV4, Hilux e Land Cruiser. Motori diversi tra loro, uniti da una reputazione di robustezza che ha rafforzato l’immagine del marchio giapponese.

Anche nelle categorie superiori non mancavano esempi importanti. Il 3.0 TDI V6 del gruppo Volkswagen ha spinto Audi A8, Q7, Volkswagen Phaeton e, nelle evoluzioni successive, modelli come Amarok e Audi Q8.
Non erano motori perfetti. Vibravano, facevano rumore e inquinavano più delle unità attuali. Avevano però una qualità difficile da misurare: davano l’impressione di poter andare avanti quasi per sempre.
