Nelle ultime 24 ore si sta parlando di (addirittura) metà dei modelli tagliata e 6,5 miliardi di euro recuperati nel modo più estremo possibile. Il Gruppo Volkswagen avrebbe dunque un piano, ma nessuno lo vuole approvare.
Secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Bild, il gruppo di Wolfsburg starebbe valutando l’eliminazione di circa il 50% dei suoi 150 modelli attuali, con una contestuale riduzione del 75% nella complessità delle varianti. Un’operazione miliardaria di risparmio entro il 2031. Il consiglio di sorveglianza, però, ha respinto la proposta, con nessun via libera dopo la consultazione dei suoi diciannove membri.
Il colosso arranca. Volkswagen ha chiuso stabilimenti in Germania, fatto storicamente inedito, e in Belgio, ha tagliato la capacità produttiva da 10 a 9 milioni di veicoli all’anno e sta accelerando i licenziamenti, da 50.000 a 100.000 entro il 2030. Tutto questo nonostante abbia superato Tesla nelle vendite di elettrici in Europa nel (recente ma lontanissimo, a quanto pare) 2025.

I modelli nella “lista nera” coprono quasi tutta la galassia Volkswagen. In casa Porsche, le nuove generazioni di 718 Boxster e Cayman a benzina rischiano di non vedere la luce, dopo essere già sopravvissute una volta grazie al rallentamento della domanda elettrica. L’alternativa sul tavolo è un restyling profondo delle piattaforme esistenti, affiancato da versioni elettriche attese per il 2027. La Taycan, invece, è sulla lista dei tagli, con le vendite globali calate del 22% nel 2025. La Cayenne Coupé potrebbe sparire, lasciando in vita solo il SUV tradizionale.
Audi eliminerebbe le varianti Sportback di Q5 e Q6 e-tron, dopo aver già archiviato A1 e Q2. Skoda potrebbe perdere la Fabia, paradossalmente più venduta della Superb, insieme a Scala e Kamiq. Cupra vede la neonata Raval EV a rischio di generazione unica, mentre l’intero marchio Seat, già assente dai mercati principali, naviga in acque sempre più incerte.

Industrialmente, il filo da seguire è quello di meno modelli, meno complessità, più margini. La logica politica, però, è opposta: ogni modello rappresenta uno stabilimento, un sindacato, un territorio. Oliver Blume, che ha guidato Porsche per un decennio prima di prendere le redini del gruppo Volkswagen, si è trovato il piano ribaltato sul tavolo dal consiglio che avrebbe dovuto avallarlo. Tutto in stallo, dunque.
