Il mercato elettrico italiano è un monologo cinese: i responsabili

Mentre noi discutiamo di dazi e sovranità, l’avanzata cinese ha già parcheggiato 99.000 auto nei nostri garage.
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Il mercato auto italiano ha chiuso il 2025 con un calo complessivo del 2,1%, ma c’è chi ha imparato a correre in mezzo alla tempesta. I dati elaborati dalla Uilm dipingono un quadro che sembra raccontare un’azione di conquista sul territorio italico. Una vettura elettrica su cinque venduta nel Bel Paese ha ormai passaporto cinese.

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Le auto elettriche hanno fatto registrare un balzo del 44% con 94.973 immatricolazioni, ma a stappare lo spumante sono soprattutto i marchi cinesi. Nomi come BYD, MG, Omoda e Leapmotor sono passati da una quota del 6,4% a un roboante 19% nel segmento a zero emissioni, triplicando le vendite in soli dodici mesi.

BYD tang
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L’industria nazionale, intanto, sembra aver preso un anno sabbatico prolungato. La produzione nazionale di veicoli elettrici è diventata così marginale da rasentare l’invisibilità statistica. Siamo passati dal già magro 3,6% del 2024 a un misero 1,8% nel 2025. In pratica, abbiamo immatricolato appena 1.735 elettriche “Made in Italy”, quasi esclusivamente la Fiat 500 assemblata in una Mirafiori sempre più silenziosa.

Per quanto riguarda invece la classifica generale dei primi 50 modelli più venduti, se ne trovano solo due. La Fiat Pandina, che con le sue 102.000 unità prodotte a Pomigliano d’Arco continua a essere l’ultimo baluardo della resistenza, e l’Alfa Romeo Tonale, che prova a tenere alta la bandiera campana con circa 10.700 esemplari.

fiat pandina

Siamo indubbiamente in una fase critica dove i colossi cinesi, forti di costi contenuti e una rapidità d’esecuzione che noi ci sogniamo, hanno raggiunto una quota totale del 6,5% nel mercato complessivo. La risposta richiesta a Stellantis è quasi una preghiera: assegnare nuovi modelli agli stabilimenti italiani, magari puntando su quelle motorizzazioni ibride che piacciono tanto ai consumatori.

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Mentre noi discutiamo di dazi e sovranità, la Cina ha già parcheggiato 99.000 auto nei nostri garage, segnando un +110% che non lascia spazio a molte interpretazioni.

Il principale colpevole potrebbe essere il quadro legislativo europeo (il famoso Green Deal) percepito come lontano dalla realtà, che ha “azzoppato” l’industria automobilistica locale costringendo le aziende a delocalizzare fuori dall’UE. Questo ha favorito la nascita di colossi industriali multinazionali focalizzati sul profitto a breve termine piuttosto che sulla qualità.

Il paradosso attuale che molti consumatori hanno notato vede le case automobilistiche europee offrire prodotti con standard qualitativi in progressiva diminuzione a fronte di prezzi in costante aumento. Molti componenti, inoltre, provengono già da anni dalla Cina, svuotando di significato il concetto di “prodotto europeo”. In questo contesto, l’offerta cinese risulta vincente perché propone una qualità ormai paragonabile, se non superiore, a quella dei marchi storici europei e mantiene costi “ragionevoli” in un mercato dove un’utilitaria europea è passata da una base di 15.000 euro a 25.000 euro.

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Il fattore determinante, l’abbiamo accennato, resta l’aspetto economico: mentre l’inflazione e il costo delle materie prime hanno fatto impennare i listini, gli stipendi medi sono rimasti al palo. Per un consumatore che non può più permettersi una vettura da 50.000 euro che ne valeva 30.000 pochi anni fa, l’auto cinese rappresenta l’unica alternativa praticabile rispetto a veicoli europei.