Sono ben 200 milioni di euro per il “permesso di soggiorno” industriale che la Commissione Europea ha appena timbrato per la Spagna. Non è una novità che Bruxelles ami i tecnicismi, ma stavolta il placet per sovvenzionare batterie e idrogeno è arrivato con una formula che, nel lessico comunitario, sembra proprio un applauso a scena aperta: “necessario, appropriato e proporzionato”. Madrid, allora, a questo punto, corre per non voltarsi indietro. La Penisola iberica è già al centro dell’attenzione industriale di diversi colossi in fatto di veicoli elettrici e batterie. Non stupisce come l’UE abbiamo voluto mettere un ulteriore sigillo sulla “fabbrica europea” dell’elettrico.

Il finanziamento è solo la punta dell’iceberg del programma PERTE, il piano della Spagna per la filiera dei veicoli elettrici che resterà aperto fino a metà 2026. L’obiettivo è espandere la produzione di celle, pack batterie e tecnologie a idrogeno, provando a recuperare terreno sulle materie prime critiche. Parliamo di quelle stesse risorse su cui l’Europa ha costruito negli anni una dipendenza tossica dalla Cina. Ora, improvvisamente, ci si accorge che senza autonomia non c’è futuro.
Tutto questo si muove sotto l’ombrello del Clean Industrial Deal, il nuovo framework UE pensato per accelerare i processi e, soprattutto, per evitare che gli americani e i cinesi facciano terra bruciata mentre in UE si discute di regolamenti e virgole. I 200 milioni,va detto, sono solo un tassello di un mosaico molto più vasto: Madrid ha messo in pista “Espana Auto 2030”, un piano che tra incentivi all’acquisto (Plan Auto+), infrastrutture di ricarica e fondi per la filiera, mobiliterà oltre 1,4 miliardi di euro nel solo 2026.

La Spagna corre ma deve ancora pubblicare i criteri definitivi per accedere ai fondi, forse in attesa di copiare il modello francese sul calcolo dell’impronta di CO2 per blindare il mercato interno.
La vicepresidente della Commissione Teresa Ribera parla di “resilienza e sovranità” in tempi di incertezza geopolitica. Parole sante, peccato arrivino a partita già ampiamente iniziata. Nel mercato globale dell’auto elettrica, dove la Cina detta il ritmo e gli USA proteggono il giardino di casa, i ritardi non sono mai neutrali: sono condanne a morte industriali.
