I numeri sanno essere terribilmente beffardi. Se guardiamo al primo trimestre del 2026, il mercato globale delle auto elettriche sembra un malato che cerca di convincersi di stare bene. Parliamo non di briciole, certo, sono 4 milioni di unità vendute e un calo del 3% che potrebbe sembrare graffianti.
Se grattiamo via la vernice, scopriamo che sotto il mercato auto elettriche, il motore della cosiddetta transizione green, vediamo che qualcosa non quadra. Da una parte abbiamo un’Europa che corre come se non ci fosse un domani, segnando a marzo il suo miglior mese di sempre con mezzo milione di pezzi consegnati. Dall’altra, colossi come la Cina e il Nord America sembrano aver perso la bussola, rispettivamente a -21% e -27%. Poi (esclusa l’Oceania in cui c’è un’esplosione addirittura oltre le tre cifre percentuali), neanche a dirlo, il resto del mondo arranca, a dir poco. La transizione si fa, ma con più di mezzo mondo che quasi non sa nemmeno ne esista il concetto.

Cosa sta salvando il Vecchio Continente dall’apatia elettrica? Tutto gira intorno a paura e, ovviamente, questioni di portafoglio. Con il conflitto in Medio Oriente che ha trasformato la benzina in un bene di lusso, la transizione alle elettriche non è più (solo) una scelta green, ma una fuga disperata dal salasso alla pompa.
In Francia, ad esempio, dove il prezzo del gasolio ha scatenato acquisti dettati dal panico, le vendite di elettriche sono decollate del 69%. È un mercato drogato dall’emergenza, dove persino l’Italia, storicamente allergica alla spina, inizia a cedere, ma con una nota in mandarino: quasi il 40% delle nostre elettriche parla cinese, con Leapmotor che da sola fa il bello e il cattivo tempo.

Mentre noi festeggiamo record precari, oltreoceano il clima è glaciale. Il Nord America sta vivendo un risveglio traumatico. Terminati gli incentivi, il mercato è crollato. E il segnale più inquietante arriva dai costruttori: Honda ha gettato la spugna sulla serie Honda 0. È la resa di chi ha capito che la teoria dei saloni non regge l’urto della realtà industriale.
Persino la Cina, la “fabbrica del mondo”, si ritrova con i piazzali pieni e una domanda interna che non risponde più ai comandi, costringendo i loro brand a una campagna d’esportazione aggressiva per non affogare nelle scorte. Dove hanno potuto, i brand cinesi hanno venduto al massimo sul mercato interno. Poi è stata caccia all’export.
L’elettrico avanza, ma non per convinzione: è una corsa a ostacoli dove vince chi ha più sussidi o chi riesce a vendere l’auto come un mezzo rispettoso dell’ambiente e, soprattutto, low-cost.
