Per anni ci hanno raccontato che il futuro dell’auto sarebbe stato silenzioso, ricaricabile e rigorosamente a zero emissioni, dipingendo il motore a combustione interna quasi come un reperto archeologico prossimo all’estinzione. Tuttavia, nel 2026, la narrazione del “tutto elettrico” sembra aver preso una buca piuttosto profonda. Nonostante le istituzioni abbiano spinto sull’acceleratore della decarbonizzazione, la realtà industriale sta dimostrando che la transizione è meno un rettilineo e più un percorso a ostacoli pieno di ripensamenti.
L’Europa, agendo come una sorta di fata madrina autoritaria, aveva inizialmente imposto il bando totale dei pistoni per il 2035. Peccato che l’anno scorso sia arrivata una brusca marcia indietro: ora il diktat prevede una riduzione del 90% delle emissioni allo scarico, lasciando uno spiraglio del 10% per i nostalgici del rombo, a patto che utilizzino carburanti sintetici, biocarburanti o acciaio a basse emissioni prodotto in UE.

Le case automobilistiche, nel frattempo, si trovano in una sorta di gabbia dorata. Hanno investito decine di miliardi in piattaforme dedicate e gigafactory per la produzione di batterie. Tornare indietro ora sarebbe economicamente molto doloroso.
Nonostante l’ottimizzazione dell’auto a batteria nei centri urbani, dove il silenzio è d’oro e i polmoni ringraziano, restano sul tavolo i soliti, enormi interrogativi. L’accesso a materie prime come litio, cobalto e nichel ci sta rendendo ostaggi di tensioni geopolitiche e di un’inflazione dei prezzi che rende i listini simili a quelli di una gioielleria. Se aggiungiamo che al di fuori di Cina ed Europa la transizione avanza a bassissima velocità e che in diversi Paesi europei meno di un veicolo su 5 è elettrico, il quadro della “dominazione globale” sbiadisce rapidamente.

Il futuro, più che un monologo elettrico, somiglia a un cocktail tecnologico diversificato. Gli stakeholder del settore stanno riscoprendo il fascino degli ibridi, dell’idrogeno per i trasporti pesanti (quando c’è anche dove ricaricarli a dovere) e dei biocarburanti per i lunghi viaggi.
L’industria, dunque, non sta andando verso il 100% elettrico, ma verso una convivenza forzata tra diversi sistemi di propulsione. Saranno i vincoli economici e la reale accettazione dei consumatori, stanchi di cercare colonnine libere come se fossero il Sacro Graal, a decidere chi taglierà davvero il traguardo.
