Anche se sono stati mesi di minacce incrociate, la guerra dei dazi sulle auto elettriche importate dalla Cina sembra essersi fermata con un armistizio, o almeno per una tregua molto costosa. La Commissione Europea, che aveva sfoderato dazi protezionistici fino al 37,5% (se considerare il fisso 10%) per punire la concorrenza sleale alimentata dai sussidi governativi di Pechino, ha teso un ramoscello d’ulivo. Si parla infatti di impegno dei costruttori cinesi a rispettare un prezzo minimo.
Cosa significa questo nuovo gioco burocratico? Gli esportatori cinesi si impegnano a non vendere i loro gioiellini a batteria al di sotto di una certa soglia sul mercato europeo. Se pensavate che questo significasse prezzi più bassi per noi comuni mortali, purtroppo non è così.

Il prezzo aumenterà comunque, ma con una differenza sostanziale rispetto ai dazi. Invece di versare fior di milioni nelle casse dell’UE sotto forma di tasse doganali, i marchi cinesi potranno trattenere per sé la differenza tra il costo originale e il nuovo prezzo minimo concordato. Una punizione fiscale, dunque, si trasforma in un margine di profitto potenzialmente maggiore. Sempre che i prezzi (un po’) meno competitivi sul mercato europeo vadano comunque molto bene per le vendite dei brand cinesi.
La Camera di Commercio Cinese ha ovviamente accolto la notizia con un brindisi, prevedendo un ambiente più “stabile”, mentre Bruxelles si affretta a pubblicare linee guida per coordinare le domande separate dei produttori. Pechino, dal canto suo, ha smesso (per ora) di scagliare dazi di ritorsione su carne di maiale, latticini e brandy, dichiarando che l’accordo è conforme alle norme dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).

Nel frattempo, i colossi asiatici non sono rimasti a guardare. Per aggirare ogni possibile ostacolo futuro, marchi come BYD, Chery e Leapmotor stanno accelerando la produzione locale con nuove fabbriche in Europa e inondando i concessionari di veicoli ibridi plug-in, strategicamente esenti da dazi aggiuntivi.
