La Cina non è l’unico terreno di scontro per i colossi dell’auto. Mentre Pechino attira tutta l’attenzione del mondo per la sua cosiddetta “potenza di fuoco”, Bruxelles sta flirtando intensamente con Nuova Delhi per siglare quella che è già stata ribattezzata “la madre di tutti gli accordi”. Si fa di tutto per abbattere quella muraglia cinese di dazi doganali che l’India, terzo mercato auto mondiale dopo Cina e Stati Uniti, ha eretto per anni a protezione della propria industria.
Parliamo di tariffe che oscillano tra il 70% e il 110%, quelle in India. Praticamente, importare una berlina europea da quelle parti finora è costato quanto comprarne due e regalarne una al fisco locale. Ma il vento sta cambiando.

Il governo di Narendra Modi sembra pronto a ridurre i dazi su un certo numero (seppur limitato) di vetture provenienti dai 27 membri dell’UE, purché abbiano un prezzo di importazione superiore ai 15.000 euro. L’idea finale è quella di far precipitare queste tasse fino a un misero 10%, trasformando quella che era una fortezza inespugnabile in una prateria per i produttori europei.

Attualmente, marchi come Renault e Volkswagen pesano meno del 4% in un mercato da 4,4 milioni di immatricolazioni annue, dominato dal Suzuki, Mahindra e Tata Motors, che da sole controllano i due terzi delle vendite. I produttori europei, però, non stanno a guardare. Renault ha già affilato le armi con modelli specifici come il crossover Kiger e il piccolo monovolume Triber, mentre il Gruppo Volkswagen ha deciso di affidare la sua carica esplosiva a Skoda, designata come punta di diamante per l’offensiva indiana.
Con la previsione di superare il tetto dei 6 milioni di vendite entro il 2030, l’India rappresenta una manna dal cielo per chi cerca ossigeno fuori dal Vecchio Continente. Si spera ovviamente che gli automobilisti indiani abbandoneranno le loro certezze locali per il fascino del “made in Europe”.
