Dopo i dazi sulle elettriche cinesi (non esattamente efficaci) e la sorveglianza sulle ibride che sfilano sotto il radar delle tariffe, l’Europa alza la posta con il cosiddetto progetto “Made in Europe”. Stavolta il bersaglio non sembra essere solo Pechino.
La Commissione era partita da un minimo del 70% di componenti europei in valore, batteria esclusa, che ha regole a parte. Il Parlamento, non pago, lavora su una soglia del 75%. Il punto è che nessuno ha ancora deciso cosa voglia dire “europeo”, e qui comincia il bello.
La Francia difende una definizione rigidissima del Made in Europe, praticamente confinata all’UE. La Germania, che di catene di fornitura globali vive, preferirebbe includere qualche partner commerciale in più. Come dire che ognuno è patriottico finché il conto non arriva al proprio stabilimento.

A tirare fuori le forbici dal cassetto ci pensa la Spagna, con una soluzione da mediatore di condominio, quella dei cerchi concentrici. Al centro l’UE, poi via via partner fidati come Regno Unito, Giappone e Canada, con requisiti più o meno severi in base alla vicinanza economica. Il principio, però, non cambia. Un’auto semplicemente assemblata da noi con pezzi arrivati in massa da altrove non potrà più godere degli stessi vantaggi di un modello davvero prodotto in Europa. Il cacciavite non basta più a fare passaporto.
Qui entra in scena Londra. Dalla Brexit il Regno Unito è fuori dall’Unione, ma la sua industria dell’auto resta intrecciata a quella continentale come due cavi mal districati. Naturalmente i britannici vorrebbero salire sul carro del futuro marchio “Made in Europe”.

Bruxelles non dice di no, ma presenta il suo conto chiedendo di allinearsi sulle importazioni cinesi. Oggi le auto di Pechino entrano nel Regno Unito con un dazio del 10%, mentre l’UE applica sovrattasse che possono superare il 35%.
Nulla è ancora scritto, e i negoziati si preannunciano vivaci, per usare un eufemismo diplomatico. La sequenza è difficile da ignorare: tariffe sulle elettriche cinesi, occhi puntati sulle ibride, adesso un’origine europea a soglie e condizioni. Forse, dopo anni di dichiarazioni d’intenti e comunicati con la bandierina blu, esiste davvero una politica automobilistica comune.
