Ben il 77% delle celle per batterie assemblate globalmente in Asia, sette punti in più rispetto all’anno scorso. L’Europa, invece, si ferma al tredici e non ci sembrano nemmeno esserci segnali di recupero all’orizzonte.
Lo dice uno studio Deloitte pubblicato questo mese, costruito su interviste con 222 dirigenti di tredici paesi europei. Il dato che dovrebbe far tremare i polsi ai ministri dell’industria di mezza Europa è che se la dipendenza dai produttori asiatici di batterie non verrà ridotta, il continente potrebbe bruciare fino a 150 miliardi di euro di valore aggiunto entro il 2030.

Il problema, chiaramente, non è dove si monta la batteria, ma chi la controlla. Il 98% degli impianti di produzione di batterie situati in Europa è in mano ad aziende asiatiche, una cifra rimasta pressoché invariata dal 2024. Anche quando le celle escono da una linea di produzione in Germania o in Spagna, i profitti e il know-how restano a Shanghai o a Seoul. Lo stabilimento CATL di Saragozza è l’esempio più eloquente, europeo nell’indirizzo postale, cinese in tutto il resto.
Anche la catena del valore racconta lo squilibrio. L’estrazione e la lavorazione chimica delle materie prime valgono fino al sessanta per cento del valore totale di un gruppo propulsore. La produzione di celle aggiunge un ulteriore quindici-trenta per cento. L’assemblaggio finale, l’anello in cui l’Europa è più presente, pesa tra il dieci e il quindici per cento. Il continente presidia la fase meno redditizia dell’intera filiera.
L’Europa esporta quasi l’ottanta per cento del litio che consuma per produrre le poche batterie fabbricate entro i suoi confini. La risorsa esce grezza, torna trasformata, e il valore aggiunto viene creato altrove. Una contraddizione che costa decine di miliardi.

Northvolt doveva essere la risposta europea, ma sappiamo com’è andata. Gli esperti citati nello studio indicano come priorità assoluta la costruzione in Europa di impianti di raffinazione del litio e stabilimenti per la produzione di materiali per elettrodi: senza controllo sulle fasi a monte, il settore rimarrà un integratore di componenti importati in un mercato destinato a raggiungere tra i 5,5 e i 6,5 TWh entro fine decennio.
La risposta istituzionale c’è, con la Commissione europea che ha mobilitato fino a 1,5 miliardi di euro tramite il Fondo per l’innovazione, inclusi prestiti a tasso zero per i produttori di celle. Rapportati ai 150 miliardi di perdita potenziale, sembrano quasi una barzelletta.
Le fabbriche europee importano componenti dalla Cina, e in parte dalla Corea del Sud, per quasi tutto ciò che serve a produrre le celle che poi assemblano. Un anello mancante a monte, e l’intera catena dipende da chi quella dipendenza l’ha costruita con decenni di anticipo.
