Il prezzo del barile Brent (unità standard da 159 litri) ha superato i 100 dollari a marzo 2026. Per gli automobilisti europei, quella soglia psicologica ha avuto un significato abbastanza doloroso: più soldi alla pompa e senza possibilità di scampo. Per Shell, BP, TotalEnergies e le altre major petrolifere europee, ha significato trimestri d’oro.

L’attacco degli Stati Uniti e di Israele sull’Iran, arrivato il 28 febbraio 2026, ha riacceso il vecchio copione. I prezzi salgono, le compagnie incassano, i consumatori pagano. Otto società, Shell, BP, TotalEnergies, Eni, Orlen, Repsol, OMV e Moeve, hanno accumulato profitti in eccesso attribuibili al mercato europeo pari a circa 1,6 miliardi di euro nel primo trimestre 2026 e 5,9 miliardi nel secondo, per un totale di 7,5 miliardi di euro in sei mesi, di cui il primo ne conta solo uno di guerra effettiva.
I numeri non sono stime, sia chiaro, ma vengono dai bilanci, calcolati come variazione dell’utile netto rettificato rispetto allo stesso trimestre del 2025 (dati dello studio di T&E). Un metodo volutamente conservativo, che elimina la stagionalità e non richiede ipotesi su cosa sarebbe stato “normale”.

Shell e BP insieme hanno generato più della metà dell’incremento globale delle otto società, 9,6 miliardi di euro su 17,9, ma solo il 28% dell’eccesso attribuito all’UE, pari a 2,1 miliardi. Orlen, che ricava l’86,9% dei suoi ricavi dentro i confini europei, è il singolo maggiore beneficiario con 2,1 miliardi di euro: stessa cifra di BP e Shell messe insieme, per un gruppo con una capitalizzazione che è una frazione delle due big anglosassoni.
Repsol ha più che triplicato il proprio utile netto rettificato nel secondo trimestre. TotalEnergies ha segnato nel Q2 un incremento tre volte superiore a quello del Q1. Nel primo trimestre Eni e OMV erano ancora in rosso rispetto al 2025, ma nel secondo, tutte e otto le società erano in attivo. La guerra ha messo del tempo ad arrivare ovunque, ma alla fine ha bussato a ogni porta.
Questi profitti sono stati generati da vendite effettuate nel mercato UE. In teoria, potrebbero essere tassati con un’imposta sugli extraprofitti, se progettata con giudizio. Il ricavato potrebbe accelerare l’adozione di veicoli elettrici, d’altronde, ogni automobilista che abbandona il motore termico è un consumatore che la prossima guerra del barile non può raggiungere.
Nel frattempo, le otto società coprono circa la metà della capacità di raffinazione europea. I 7,5 miliardi di euro, alla fine della fiera, sono probabilmente la metà del totale reale. La guerra, dunque, continua a far sorridere qualcuno, i soliti.
