Se ne parla da giorni intensamente, da diversi mesi della sostanza del dramma tedesco. Volkswagen valuta di tagliare fino a 100.000 posti di lavoro e chiudere quattro stabilimenti tedeschi, in quella che sarebbe la ristrutturazione più ampia della sua storia. Fonti vicine a Reuters parlano di un piano raddoppiato rispetto alle stime iniziali, mentre il gruppo di Wolfsburg fa i conti con dazi, costi crescenti e la pressione sempre più asfissiante dei costruttori asiatici.
Oliver Blume non si sta limitando a tagliare spese: sembra voler smontare un’architettura di potere che per decenni ha bloccato ogni vera trasformazione. Si staglia all’orizzonte un vero e proprio colpo di mano su chi, in Volkswagen, vorrebbe proteggere lavoratori e indotto.

Il nodo è la cosiddetta legge Volkswagen, che blinda l’influenza dei sindacati e della Bassa Sassonia, secondo azionista del Gruppo. Questa norma rende quasi impossibile chiudere stabilimenti per decisione unilaterale del management. Ma scorporando autovetture e componenti in entità separate, un’ipotesi su cui starebbero già lavorando aree finanziarie e legali della dirigenza, Blume potrebbe aggirare il vincolo, visto che la legge si applica solo a VW AG, la holding che controlla i sei principali impianti tedeschi.
IG Metall, l’influente federazione sindacale tedesca che rappresenta i lavoratori del settore metalmeccanico, non ha aspettato a definire la mossa un “attacco alla legge Volkswagen”. Inevitabile, considerando che qualunque scorporo richiederebbe comunque l’approvazione dell’80% degli azionisti, soglia che lascia alla Bassa Sassonia, con il suo 20%, un potere di veto di fatto.

Il presidente della regione, Olaf Lies, ha già fatto sapere che non darà mai il via libera a misure che indeboliscano il peso dei lavoratori, proponendo invece di riportare in Germania la produzione dei modelli destinati alla Cina.
Resta la logica finanziaria, che parla chiaro: le quote di maggioranza in Traton e Porsche valgono insieme circa 44 miliardi di euro, più dell’intera capitalizzazione di mercato di Volkswagen, ferma a 37,6 miliardi. Gli analisti di Citi parlano apertamente di un’operazione “bad bank”, capace di isolare gli asset più deboli e liberare valore. Con le azioni ai minimi da sedici anni, la vera sfida si giocherà tutta dentro il consiglio di sorveglianza. Il terremoto, insomma, non sembra essersi placato affatto.
