Carburante, 90 giorni di scorte e poi? Possibile nuovo shock al distributore

Da dove arriva il carburante nel nostro serbatoio? La nuova mappa del petrolio italiano 2025-2026 rivela rischi e vulnerabilità su Hormuz.
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Per chiunque si stia chiedendo da dove arrivi davvero quel carburante nel serbatoio, nel caso non abbia ancora chiaro tutta quella serie di “dipendenze” da cui dipende il nostro Paese, è il momento di fare il punto. Senza troppe emozioni. Non serve spiegare molto per capire quanto siamo vulnerabili se una striscia di mare larga appena 33 chilometri, lo Stretto di Hormuz, dovesse chiudersi per ancora molto tempo a causa del conflitto americano e israeliano con l’Iran.

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Dopo l’addio forzato al greggio russo del 2022, l’Italia ha ridisegnato la mappa degli approvvigionamenti. Oggi compriamo da oltre trenta Paesi, ma la diversificazione non ha cancellato i nervi scoperti.

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La Libia resta il nostro primo fornitore, con il 22-24% del totale: vicinanza e qualità, e soprattutto niente Hormuz. Dietro di lei il Kazakistan al 15% e l’Azerbaigian al 13%, entrambi al sicuro via oleodotto o rotte alternative. Gli Stati Uniti, in forte crescita, ci danno il 10% con la garanzia di una politica stabile. Poi c’è la produzione nazionale, tra Basilicata e Sicilia, che copre il 7-8% del fabbisogno: un piccolo cuscinetto interno che non dipende dalle rotte marittime.

Il problema che si riflette sul carburante, alla fine della giostra, è un altro. Iraq 11%, Arabia Saudita 7-9%, Emirati e Kuwait tra il 2 e il 4%: insieme fanno il 20-25% delle nostre importazioni e tutto quel greggio deve passare per Hormuz, il collo di bottiglia del petrolio mondiale.

Se l’Iran chiude lo stretto, non restiamo a secco domani mattina, ma l’effetto è immediato. Il barile schizza oltre i 120-150 dollari e alla pompa benzina e gasolio volano sopra i 2,50 euro al litro. Le nostre raffinerie, tarate su miscele precise, non possono sostituire da un giorno all’altro il petrolio medio-orientale come se cambiassero fornitore su Amazon.

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Eppure non siamo al “lockdown energetico”. Per legge abbiamo scorte strategiche per 90 giorni di importazioni nette. Possiamo aumentare i carichi dagli Usa, dal Mare del Nord o dalla Nigeria.

Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha già pronto il piano a scaglioni: prima monitoraggio e accordi con i fornitori “sicuri”, poi intervento sui prezzi (magari prorogando il taglio delle accise come si ipotizza per maggio 2026), infine, solo in caso estremo, limiti di velocità in autostrada, domeniche a piedi o targhe alterne e riscaldamento ridotto negli uffici pubblici per dirottare gasolio ai camion. Va bene avere le alternative, ma non è uno scenario sereno e gioioso solo perché “organizzato”.

Il rischio vero, per noi automobilisti, non è restare a piedi ma ritrovarsi con un pieno da capogiro. E quel caro-carburante si trasforma in inflazione che colpisce tutto ciò che viaggia su gomma: dalla spesa al riscaldamento, fino ai conti dello Stato. Un conflitto prolungato in Medio Oriente non sigilla le pompe, ma ci rende l’auto un lusso.