Resterebbero solamente otto settimane di tempo. Suona orrendo, soprattutto perché, senza girarci intorno, lo è davvero. Per una casa automobilistica sono sufficienti per lanciare un’edizione speciale. Sono lo stesso tempo che, secondo gli esperti di Berylls Automotive Advisors, separa l’industria auto globale da un blocco produttivo senza precedenti, se lo Stretto di Hormuz dovesse restare paralizzato.
Dietro l’escalation del conflitto in Iran e il conseguente blocco di questo braccio di mare largo pochi chilometri tra Teheran e la penisola arabica transita circa il 20% del petrolio e del GNL mondiali. Quando quel traffico si inceppa, gli effetti vanno molto oltre il prezzo alla pompa.

Lo studio di Berylls individua tre fronti d’impatto simultanei: costo dell’energia, disponibilità di materie prime industriali e logistica marittima. Una tripletta che colpisce indistintamente motori termici ed elettrici.
Il grande pubblico non lo vedrà mai nei listini, ma il vero colpevole ha un nome impronunciabile per chi non frequenta i reparti di chimica industriale: lo zolfo. Circa la metà del commercio marittimo mondiale di questo elemento passa dal Golfo Persico. Serve all’industria chimica per produrre composti fondamentali nella lavorazione di rame e nichel e, soprattutto, nella filiera delle batterie per veicoli elettrici.
Anche con gli stabilimenti di celle formalmente operativi, senza quell’anello intermedio la produzione si inceppa. Esattamente come nella crisi dei semiconduttori, ma stavolta per un ingrediente che nemmeno gli addetti ai lavori citano nelle conferenze stampa.

Il problema si estende all’alluminio. I veicoli elettrici ne contengono circa il 40% in più rispetto a quelli termici, e una quota rilevante di quello primario, spesso certificato a basse emissioni perché prodotto con energia solare o gas ad alte prestazioni nel Golfo, arriva da giganti come Aluminium Bahrain e Qatalum in Qatar. Entrambi hanno già ridotto o sospeso le consegne. Sostituirlo con metallo più inquinante significherebbe compromettere gli impegni di decarbonizzazione che i costruttori hanno messo nero su bianco davanti agli azionisti e ai regolatori europei.
I primi effetti concreti sono già sul tavolo. Toyota e Nissan hanno posticipato la consegna di decine di migliaia di veicoli. BMW e Mercedes sarebbero fortemente esposte. Il CEO di Toyota Koji Sato non usa perifrasi: “Se questa situazione dovesse continuare, ci saranno gravi problemi di approvvigionamento”. Questa crisi potrebbe persino cambiare strutturalmente il modo in cui l’industria automobilistica percepisce il Golfo come regione di fornitura.
