In questo periodo di crisi nel Golfo Persico, innegabilmente, il nemico è il prezzo del barile, e quindi dei carburanti. Il commissario europeo per l’energia Dan Jorgensen ha convocato i 27 ministri dell’energia dell’UE in una riunione straordinaria, e il messaggio uscito dalla porta è stato chiaro e scomodo. L’Europa è in una situazione molto grave, senza una fine prevedibile all’orizzonte.

Da quando Stati Uniti e Israele hanno avviato le operazioni militari contro l’Iran, un mese fa, i prezzi del petrolio e del gas sono schizzati fino al 70% in più. Il motivo è geometrico, prima ancora che geopolitico: un quinto delle riserve mondiali di greggio e gas naturale liquefatto è rimasto bloccato nel Golfo Persico. Numeri che fanno tremare i polsi a qualsiasi ministro dell’economia, e che secondo alcuni analisti potrebbero innescare uno shock paragonabile a quello petrolifero degli anni Settanta, con conseguenze globali degne della pandemia di coronavirus.

La risposta di Bruxelles, per ora, è un mucchio di buone intenzioni. Jorgensen ha esortato i cittadini europei a lavorare da casa ove possibile, a ridurre i viaggi in auto e in aereo, ad abbassare i limiti di velocità in autostrada di dieci chilometri orari, ad abbracciare il car sharing e a guidare in modo più efficiente. Consigli che l’Agenzia Internazionale dell’Energia aveva già messo sul tavolo, e che Bruxelles ha prontamente rilanciato come se fossero una strategia industriale.
Sul lungo periodo, la parola d’ordine è rinnovabili. Accelerare la costruzione di impianti, raggiungere finalmente quella tanto invocata indipendenza energetica che l’Europa insegue da decenni senza mai davvero afferrarla. Nei colloqui riservati tra i ministri si è discusso anche di aiuti di Stato, energia nucleare e incentivi ai biocarburanti.
Il risultato concreto? Zero misure operative. Un comunicato promette un pacchetto UE in arrivo “a breve”, espressione che può significare qualsiasi cosa. Intanto, fare il pieno rimane un lusso sempre meno democratico.
