Lo Stretto di Hormuz non è mai stato solo una coordinata geografica. In momenti diversi della storia recente è stato un vero e proprio cappio stretto attorno al collo (anche) del mercato auto mondiale, mercato che adesso barcolla. Non stiamo parlando della solita crisi teorica, ma di un colpo durissimo che sta già prendendo a schiaffi bilanci, rotte marittime e quote di mercato. I numeri di Bernstein non lasciano spazio a interpretazioni zuccherose: il Medio Oriente, che nel 2025 ha mosso circa 3 milioni di nuove immatricolazioni, rischia di trasformarsi in un deserto commerciale proprio quando l’industria aveva più bisogno di ossigeno.

A pagare il conto più salato, manco a dirlo, sarebbero i produttori cinesi. Pechino aveva puntato tutto su quest’area, assorbendo nel 2025 il 17% delle sue esportazioni totali con una crescita del 59% in cinque anni. Oggi quella scommessa sembra un boomerang.
Jianghuai è la più esposta, con quasi un decimo dei volumi legati alla regione, seguita a ruota da SAIC e Chery. Quest’ultima, in particolare, si ritrova incastrata nel mercato iraniano, che da solo rappresenta il 38% delle vendite regionali. Una concentrazione di rischio che oggi somiglia terribilmente a un suicidio assistito.
La logistica è già nel caos. Circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza aggiunge fino a 14 giorni di navigazione, gonfiando i costi e polverizzando i margini.

Ma il risolvto più amaro riguarda Stellantis. Mentre il gruppo chiudeva un 2025 globale con una perdita operativa di 911 milioni di euro, il Medio Oriente e l’Africa erano l’unica vera oasi felice, con oltre 9 miliardi di fatturato e un margine del 14%. Un tesoretto che ora sta evaporando, con il titolo che ha già lasciato sul terreno l’11%. Tempismo da manuale, sì, ma per il disastro: rilanciare con orgoglio i motori HEMI V8 a benzina proprio mentre il prezzo del carburante si prepara a decollare è una mossa che Bernstein ha giustamente bollato come sfortunata.
Mentre Ferrari continua a giocare un campionato a parte, crescendo del 31% in un mercato di nicchia, i giganti Toyota e Hyundai restano a guardare, protetti parzialmente dalla loro focalizzazione sull’Arabia Saudita. Ma l’effetto domino non risparmia nessuno, dai camion europei, affondati dal costo del gasolio, ai colossi degli pneumatici come Michelin e Bridgestone, che vedranno i rincari del greggio travolgere le loro strutture di costo entro pochi mesi.
Il vero spettro, però, non sarebbe solo logistico. Se il conflitto dovesse trascinarsi, l’impennata del petrolio minerà la fiducia dei consumatori globali. A quel punto, non sarà solo il Golfo a bruciare, ma l’intera domanda automobilistica mondiale.
