Mentre il Mar Rosso torna a ribollire sotto i colpi dei droni e delle minacce Houthi, specie in un momento di tensioni altissime in Medio Oriente con al centro le operazioni militari americane in Iran, l’industria dell’auto si riscopre nuda di fronte all’ennesimo collo di bottiglia. Non è solo una questione di navi che deviano o di noli marittimi che schizzano alle stelle insieme ai premi assicurativi. Siamo davanti al test più difficile per l’avanzata della Cina nel Vecchio Continente.
Ci eravamo illusi che bastasse qualche missile yemenita a rallentare la “colonizzazione” elettrica dei veicoli cinesi, ma la realtà è decisamente più complessa. L’export cinese sarebbe vulnerabile, certo, ma la velocità di adattamento di questi costruttori sta rendendo la crisi logistica un fastidio passeggero piuttosto che un muro insormontabile.

La parola d’ordine è diversificazione, o meglio, sopravvivenza. Chi ha già iniziato a localizzare la produzione e l’assemblaggio direttamente in Europa assorbirà le turbolenze come ammortizzatori di lusso, mentre gli altri, quelli ancora legati al cordone ombelicale dei singoli corridoi marittimi, resteranno a guardare le navi che bruciano. Sugli “spostamenti” europei dei cinesi, d’altronde, si disserta ormai da più di un anno. Prevenire è stato meglio che curare.
Per noi, quelli che comprano al concessionario, il gioco è ben diverso. Non aspettatevi rincari spettacolari sui listini domani mattina. Infatti, l’automotive ha tempi lunghi e, paradossalmente, siamo in una fase di eccesso di offerta che costringe i brand a una guerra di sconti aggressivi per svuotare i piazzali.

Il “caro-logistica”, però, è un predatore silenzioso. Se nel breve periodo i prezzi netti tengono, nel lungo assisteremo alla lenta evaporazione delle campagne promozionali. Pagheremo la stessa cifra, ma con meno optional in omaggio e meno incentivi della casa. È la tassa invisibile della crisi globale.
Viviamo in un equilibrio precario dove ogni “Piano B” industriale è una scommessa sulla pelle dei margini e dei consumatori. In questo scenario di volatilità permanente, la de-escalation resta una speranza da piani alti, mentre a terra ci si prepara a una nuova normalità dove riparare o acquistare un’auto rischia di diventare, ancora una volta, un’impresa. Cosa cambierà per i brand cinesi e per i veicoli importati? Forse poco, forse nulla. Sappiamo solo che gli effetti saranno tangibili nella seconda metà dell’anno.
