Il 16esimo vertice India-UE ha prodotto quello che sulla carta sembra un miracolo economico. Le auto di lusso europee diventeranno accessibili. Accessibili in India, si intende, dove fino a ieri importare una BMW significava pagare dazi fino al 110%. Un sistema che aveva trasformato ogni Audi in un investimento immobiliare.

L’accordo di libero scambio prevede una riduzione graduale e “calibrata” dei dazi all’importazione. Dal 2026, i dazi scenderanno al 40% per poi arrivare al 10% in un secondo momento. Si applicheranno alle prime 250.000 auto importate annualmente dall’Unione Europea, ma solo a quelle con valore superiore a 15.000 euro (che in India sono davvero tanti). La soglia serve, dicono, a proteggere i segmenti delle auto di massa. Insomma, Ferrari, Lamborghini, Rolls-Royce e Bentley possono entrare, le utilitarie restano fuori. Priorità chiare.
Il risparmio non deriva solo dal taglio dei dazi. Quando cala il dazio, crolla anche la base per calcolare GST (imposta su beni e servizi) e imposta di compensazione, creando un effetto domino che fa scendere i prezzi molto più di quanto sembri.

I consumatori indiani potranno finalmente accedere a “veicoli ad alta tecnologia” e godere di una “maggiore concorrenza nel segmento premium”. Il governo, dal canto suo, assicura che il pacchetto “bilancia gli interessi dei consumatori con le priorità della produzione nazionale”. Una frase che suona bene ma che lascia il dubbio: quali consumatori? Forse quelli che possono permettersi una Bentley.
C’è però un dettaglio. I veicoli elettrici importati dall’UE manterranno gli attuali livelli di dazio per i primi cinque anni. La riduzione partirà solo dopo il 2031, perché bisogna proteggere gli investimenti dei produttori indiani. Insomma, il lusso termodinamico si svende subito, quello elettrico può aspettare.
Intanto, si vocifera che potrebbero tornare anche quelle berline ad alte prestazioni abbandonate da Renault e Volkswagen perché troppo costose da importare. Vecchi amori che ritornano, senza bisogno di fabbriche locali.
