Il debutto della prima Ferrari elettrica potrebbe passare alla storia non solo per la svolta tecnologica che rappresenta, ma anche per una disputa legale che sa di déjà vu. Il nome scelto da Maranello per questa vettura, “Luce”, evocativo, simbolico, perfetto per raccontare una nuova era, è finito nel mirino di Mazda, che su quel nome vanta diritti storici e non intende cederli senza combattere.
Ferrari ha registrato il marchio il 9 febbraio 2026. Poche settimane dopo, il 4 marzo, Mazda ha depositato (ma non come “novellina”) la stessa denominazione in Giappone. Coincidenza? Difficile crederlo. Il costruttore giapponese ha un legame tutt’altro che casuale con la parola “Luce”. Tra il 1966 e il 1991 ha prodotto un’intera gamma di vetture con quel nome, inclusa la Luce Rotary Coupé, ancora oggi oggetto di culto tra collezionisti e appassionati. Una eredità che nei mercati asiatici pesa, eccome.

Per Ferrari la questione è seria, e non solo sul piano legale. Il precedente dell’Alfa Romeo Milano, ribattezzata in fretta e furia “Junior” nel 2024 dopo le pressioni del governo italiano, è lì a ricordare quanto possa costare una denominazione sbagliata: reputazione, slancio commerciale, credibilità. Maranello non può permettersi uno scivolone del genere, soprattutto su una vettura attesa come una svolta epocale.
Il calendario stringe, presentazione a Roma il 25 maggio 2026, ordini entro fine anno. Ogni settimana persa in trattative o, peggio, in aule giudiziarie, è una settimana sottratta a una strategia di comunicazione costruita con cura maniacale.

Sul tavolo ci sarebbero già alcune ipotesi, divisione geografica dei diritti d’uso, Ferrari in Europa, Mazda in Asia, oppure licenze incrociate o varianti locali del nome. Dietro le quinte, il dialogo sembra avviato, perché uno scontro pubblico tra due marchi iconici non converrebbe a nessuno dei due.
Gli esperti di proprietà intellettuale ricordano però che la partita si gioca su elementi tecnici precisi: classi merceologiche, territori di protezione, preesistenza d’uso. Se l’accordo non arriva, la parola passa agli uffici marchi o ai tribunali, con tempi e costi che nessuno, a Maranello, vuole nemmeno immaginare.
