Dieci bare nere in processione intorno alla Commissione europea. È questa la scena che Eurometal ha organizzato a Bruxelles per dire quello che i comunicati stampa non bastano più a dire. L’associazione europea dei produttori metallurgici prevede 300.000 posti di lavoro manifatturieri persi entro la fine del 2026.
La causa, secondo Eurometal, è semplicemente la Cina, che accumula un surplus commerciale con l’UE di un miliardo di euro al giorno e che sta scalando silenziosamente le catene di fornitura europee componente per componente.

Le bare simboliche portavano scritte come “competitività dell’UE” e “fabbriche europee”. Alexander Julius, presidente di Eurometal, ha usato un’immagine precisa parlando al Guardian: la Cina non sta facendo niente in segreto, sta seguendo il suo piano quinquennale. Non vuole vendere materie prime, vuole controllare la catena del valore. Metalli, prodotti chimici, componenti che entrano nel 90% della produzione manifatturiera europea: tutto già dentro, già integrato, già dipendente.
Il problema non è la concorrenza sleale in senso astratto. I produttori europei pagano dazi sull’acciaio importato e tasse sulle emissioni carbonio, i loro concorrenti cinesi, no. E con lo yuan sottovalutato, il divario di costo diventa quasi impossibile da colmare. A quel punto, le aziende fanno quello che fanno sempre: guardano agli azionisti e comprano dove costa meno, indipendentemente da quello che dice Bruxelles.
Julius osserva che i politici vedono i sintomi, ovvero le fabbriche che chiudono, i licenziamenti, il caso Volkswagen con i suoi 100.000 esuberi in totale, ma non si interrogano sul virus che li causa.
L’UE qualcosa ha fatto, a partire dai dazi sulle auto elettriche cinesi nel 2024, le tariffe sull’acciaio a giugno. Il commissario Šefčovič, però, ha definito lo squilibrio commerciale annuo di 360 miliardi di euro “non sostenibile”.

Cina ed Europa hanno aperto tre mesi di colloqui, con scadenza a ottobre, per provare a disinnescare la situazione prima che diventi guerra commerciale aperta. La Cina, nel frattempo, parla (da tempo, per la verità) di protezionismo europeo e minaccia contromisure.
