Dopo quattro anni di “letargo produttivo”, DS Automobiles ha deciso di battere un colpo. Anzi, tre. Il marchio premium di Stellantis si è svegliato con una certa bulimia da SUV: N°8, l’aggiornamento della N°4 e l’imminente N°7, recentemente trapelata. Eppure, tra un colosso e l’altro, Xavier Peugeot ha capito che non si può vivere di sola stazza se vuoi sopravvivere nelle giungle urbane europee.
L’obiettivo ora è puntato verso il basso, dove Renault 5 e Mini Cooper si spartiscono la torta delle “city car di lusso” senza troppi complimenti. La nuova DS 3 non è più un’ipotesi, ma una certezza che l’amministratore delegato ha pesato con attenzione: vedremo qualcosa di molto concreto, probabilmente sotto forma di concept, al Salone di Parigi di ottobre. Una mossa “intelligente”, come l’ha definita lui stesso, quasi a voler sottolineare che, finalmente, a Parigi hanno ricominciato a ragionare.

Il punto di svolta, però, non è solo industriale, ma filosofico. Il designer Thierry Metroz è stato chiaro. Basta con i crossover timidi e un po’ goffi. La nuova DS 3 vuole tornare a essere una “DS 3 vera”, bassa e con un’anima sportiva, riprendendo il filo interrotto della prima generazione del 2010.
Non chiamatelo retrodesign, ma una proiezione futuristica di codici stilistici forti. È lo stesso gioco che Peugeot sta facendo con la 208 ispirata alla mitica 205. Se la ricetta funziona per i competitor, perché non dovrebbe funzionare per il “lusso alla francese”?

Ci sono delle certezze: non vedremo mai una DS N°5. Il motivo? Chanel possiede i diritti sul numero per il suo profumo iconico. Così, tra un divieto legale e la necessità di riempire i vuoti tra la N°4 e la N°7, il brand cerca una quadra che sia anche economica. La SM Tribute, quel sogno elettrico che ha fatto sbavare i nostalgici nel 2024, rimarrà per ora confinata nei render e nei padiglioni: troppo costosa e troppo vicina alla N°8 per avere un senso in un bilancio reale.
DS vuole “sconvolgere” il mercato urban-premium con una citycar cattiva e tecnologicamente avanzata. È una scommessa pesante, ma dopo anni di stasi, il piano sembra avere una logica promettente.
