Facciamo un po’ il conto. Più di 40 euro al mese: chi guida un diesel e fa due pieni al mese si ritrova a fine anno con 415 euro volatilizzati rispetto a prima che il Medio Oriente tornasse ad ardere. Si tratta della spesa per un weekend, di una bolletta corposa, di una rata (di quello che vi pare, ma importante). La benzina ha guadagnato 15,3 centesimi al litro dal periodo pre-conflitto iraniano, il gasolio ne ha aggiunti 32,3. E in autostrada, dove i listini carburanti sembrano vivere in un universo parallelo, si toccano 1,93 euro per la verde e 2,13 per il gasolio. Che meraviglia.
Il governo Meloni ha deciso di non ripetere la mossa Draghi del 2022, quel taglio delle accise carburanti che aveva calmierato l’inflazione dello 0,5% e prodotto circa 4 miliardi di risparmio collettivo, al costo però di un miliardo al mese di minori entrate.

La scelta attuale è diversa, insufficiente secondo i critici: un bonus carburante riservato alle famiglie con ISEE sotto i 15.000 euro, affiancato da misure specifiche per autotrasportatori e imprese logistiche. Tutte da vedere. Il ministro Urso ha annunciato che i dettagli passeranno dal prossimo Consiglio dei ministri.
Il Codacons non ha usato mezzi termini: «palliativo inefficace». La posizione dell’associazione dei consumatori è netta, solo una riduzione generalizzata delle accise produce effetti immediati su tutti, non su una fetta selezionata di popolazione. Il punto è politicamente scomodo ma economicamente fondato: il prezzo alla pompa è una stratificazione di voci, vedi materia prima, raffinazione, distribuzione, IVA, accise, e intervenire fiscalmente è l’unico strumento che agisce in tempo reale sull’intera platea.

Per le imprese di trasporto, l’equazione è brutalmente semplice: il gasolio sale, i listini salgono, e l’inflazione si propaga a cascata su settori che con i carburanti sembrano non avere nulla a che fare. I pendolari, dal canto loro, contano i centesimi a ogni rifornimento.
Per ora, l’unica certezza è che il prezzo carburanti resterà al centro del dibattito politico ed economico ben oltre la primavera. E i 415 euro in più continueranno a pesare, che li si nomini in parlamento o no.
