L’auto elettrica doveva essere il futuro, ma per ora è solo il carnefice dei portafogli italiani. L’ultimo schiaffo targato Stellantis arriva sotto forma di un bilancio 2025 a dir poco tragico. Maxi-perdita da 22 miliardi di euro, zavorrata da oneri finanziari per 25 miliardi figli di una strategia sull’elettrico che si è rivelata puro masochismo. Chi paga il conto di questo delirio gestionale? Ovviamente non (solo) gli azionisti, che comunque dal 2021 si sono spartiti la bellezza di 54 miliardi di dividendi, ma gli operai.
Infatti, quest’anno il premio di risultato per i dipendenti italiani sarà pari a zero. Niente bonus, niente una tantum, solo il sapore amaro della cassa integrazione e dei contratti di solidarietà che hanno già divorato il 60% dei salari a settembre.

D’altronde, di cosa ci stupiamo, non sono stati raggiunti gli obiettivi. Peccato che la produzione Stellantis in Italia sia crollata a cifre ridicole, appena 213.706 auto, certo non per colpa di chi sta in linea, ma per una scelta aziendale di disimpegno e assenza di investimenti.
Mentre a Mirafiori e Pomigliano d’Arco si contano i centesimi e si incrociano le braccia, con la disperazione di chi non può nemmeno permettersi di scioperare per non perdere altre ore di stipendio, altrove si festeggia. I colleghi sudamericani, nordafricani e mediorientali riceveranno regolarmente i loro bonus. Lì Stellantis ha deciso di investire davvero, garantendo volumi e vendite. In Italia, invece, si continua a recitare il copione della “centralità di Torino” mentre si smontano i reparti.

La Fiom parla apertamente di disimpegno di Exor, mentre gli altri sindacati invocano una neutralità tecnologica che l’Europa sembra aver dimenticato nei cassetti di Bruxelles. Chiedono ibridi, chiedono modelli che la gente voglia davvero comprare, non costosi giocattoli a batteria che restano sui piazzali.
Il sistema delle multe UE e l’incertezza strategica di Stellantis hanno creato un corto circuito perfetto. Gli operai italiani sono rimasti incastrati tra una dirigenza che ha sbagliato i piani industriali e un mercato che non perdona. Se lavori in Italia, produci poco per scelta altrui e alla fine resti anche a secco.
