Stellantis, Fiat in Algeria: Torino perde o guadagna?

Il caso dell’impianto che fornirà componenti alla fabbrica Stellantis di Orano, quella che produrrà veicoli commerciali e la Grande Panda.
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Per parlare di quanto sta accadendo in Algeria è interessante leggere quanto riportato in un’intervista a Pierangelo Decisi, patron di Sigit, azienda di materie plastiche per l’automotive di Orbassano, con il fondo dell’Oman tra i soci. Come riportato sul Corriere della Sera, Decisi non ha aspettato che qualcuno gli chiedesse se fosse una buona idea investire in Algeria. L’ha fatto da solo, in anticipo, con la sicurezza di chi ha già visto dove i soldi vanno a finire. E questa volta, sorpresa delle sorprese, non vanno solo all’estero.

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L’anno scorso l’imprenditore ha firmato un accordo con l’azienda statale algerina Siplast. Nasce così un impianto da 200 operai che fornirà componenti alla nuova fabbrica Stellantis di Orano, quella che produrrà veicoli commerciali e la Grande Panda, che, come dice lo stesso Decisi, “si chiama grande” proprio perché in Algeria le famiglie sono numerose e in Italia un po’ meno.

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Eppure la domanda resta, e resta scomoda: con l’indotto auto piemontese in crisi e la cassa integrazione che domina il discorso, come fanno i numeri a tornare? Decisi lo spiega con chiarezza. Gli investimenti all’estero, dice, non sottraggono niente al territorio. È espansione, non fuga. Grazie all’Algeria, afferma, sta assumendo una ventina di impiegati agli Enti Centrali in Torino. E non solo, perché sta per aprire un centro ricerca con Sony in Orbassano, operazione che, se andrà in porto, cambierà il volto dell’area.

Il nuovo impianto in Algeria non servirà solo Stellantis, ma anche il recentissimo stabilimento Hyundai nel paese. Due clienti enormi, un solo partneriato strategico. Il paragone con il Marocco è d’obbligo: il paese nordafricano è oggi il secondo esportatore di auto extra-UE in Europa, dietro solo alla Cina. Algeria potrebbe ripetere quel percorso, e questa volta i fornitori italiani ci sono dalla partenza.

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Tutto questo si muove anche nel solco del piano Mattei, che individua l’Africa non solo come fonte di energia e materie critiche, ma come mercato aperto. Decisi lo sa bene. “Se questo per voi è delocalizzare”, sembra affermare sorridendo, “prendete un grosso abbaglio”.