Adesso si parla di 5 miliardi di euro entro il 2030 in Italia. Sono i numeri che Stellantis ha portato sul tavolo a Roma, durante l’incontro con i sindacati, con Emanuele Cappellano, responsabile Europa del gruppo, a fare gli onori di casa. Investimenti che, nelle intenzioni dichiarate, andranno a coprire innovazione, nuove piattaforme, intelligenza artificiale e motorizzazioni, ovvero tutto ciò che nei prossimi anni separerà chi fa ancora auto da chi, banalmente, le ricorda.

L’annuncio cade in un momento in cui parlare di Stellantis e Italia senza menzionare alcune crisi richiede ancora una certa dose di ottimismo. Gli stabilimenti attendono nuovi prodotti, i sindacati chiedono garanzie occupazionali concrete, e il mercato dell’auto arranca dentro una transizione che non è ancora diventata certezza per nessuno. C’è ancora da fare i conti con elettrificazione in corso, costi alle stelle, normative europee che si discutono più di quanto si applichino. Almeno, a quanto pare, l’Italia non è stata cancellata dalla mappa industriale.
Il piano è sempre lui, il FaSTLAne 2030, e prevede investimenti globali per oltre 60 miliardi di euro. Il 60% sarà destinato a marchi e prodotti, il restante 40% a piattaforme e tecnologie di nuova generazione. L’obiettivo di architetture più semplici, maggiore scalabilità, gamma più coerente con i mercati di riferimento, suona come la risposta a errori che nessuno, ufficialmente, ammette di aver commesso.
Per l’Italia, la mappa produttiva di Stellantis si ridisegna con una certa chiarezza: Mirafiori e Pomigliano per le piccole, Melfi, Cassino e Modena per le vetture di fascia medio-alta e lusso, Atessa per i commerciali. Cappellano ha però aggiunto una postilla: gli investimenti non bastano senza condizioni industriali favorevoli, competitività reale e regole più aderenti al mercato.

Le cifre, da sole, dunque, non hanno mai salvato una fabbrica. La prova del nove arriverà quando gli annunci diventeranno modelli, i modelli diventeranno volumi e i volumi diventeranno turni di lavoro. È lì che sindacati, lavoratori e territori decideranno se questo piano è una svolta o l’ennesima “manovra spot” ben confezionata.
