Il render che circola in rete, nel giro di pochi secondi, riesce a fare quello che Alfa Romeo non fa da anni, per ovvie ragioni di quasi-assenza nel segmento: desiderare un’ammiraglia italiana. L’ha disegnata Bruno Callegarin, creatore digitale amante del Biscione, e si chiama, quasi a ricordare chi è l’amore perduto degli Alfisti, 164. Lo stesso nome di quella berlina che alla fine degli anni Ottanta rappresentava forse il culmine della capacità del Biscione di costruire un’auto capace di competere con le tedesche.
Il render colpisce per misura. Non è un esercizio di stile esasperato, non siamo davanti a interpretazioni che sfoggiano spoiler da supercar. Callegarin propone una berlina filante, con superfici scolpite e un assetto ribassato che dice tutto sul carattere del progetto.

Il frontale porta lo scudetto in posizione centrale, affiancato da gruppi ottici sottili e aggressivi, il tipo di sguardo di un’ammiraglia di rango. Il profilo laterale appare pulito, muscoloso senza eccessi, e il posteriore è risolto con una firma luminosa orizzontale che allarga otticamente la coda e aggiunge quel tocco premium che i marchi tedeschi vendono a peso d’oro.

Il problema, neanche a dirlo, è che questa 164 (o qualunque altra novità simile) non esiste. Non è detto che esisterà mai. Alfa Romeo ha comunicato di voler concentrare le energie sul segmento C: arriveranno le eredi di Giulietta e Tonale, due modelli considerati strategici per i numeri di vendita. Quanto a Giulia e Stelvio, il futuro rimane avvolto in una nebbia che i vertici del marchio non sembrano ancora pronti a diradare del tutto.
Visioni come quella di Callegarin non nascono nel vuoto. Nascono dal fatto che esiste un pubblico, quello degli Alfisti veri, che non ha mai smesso di aspettare, che continua a credere che Arese possa ancora produrre un’ammiraglia degna di quel nome. Un’auto che non sia soltanto competitiva, ma necessaria.
