Una Giulia Quadrifoglio senza tetto e senza sedili posteriori, possiamo dirlo, è semlicemente possibile. Alfa Romeo non l’ha mai fatta, Castagna, invece, ci prova seriamente. Il progetto è sul tavolo, manca solo qualcuno disposto a firmare l’assegno.
La carrozzeria milanese, presentato il lavoro alla vigilia del Salone di Parigi, cerca adesso un alfista pronto a costruire insieme a loro un esemplare unico. Il comunicato dell’11 ottobre promette una trasformazione omologabile e completabile in tempi brevi. Non è un solo render o un progetto da fiera.

La ricetta per questa particolare Giulia Quadrifoglio stravolta toglie più di quanto aggiunge. Sedili, volante e plancia arretrano di 330 millimetri, il cofano si allunga e i due occupanti finiscono a un passo dall’asse posteriore. Le proporzioni da granturismo d’altri tempi, insomma, su una base che di berlina conserva solo il ricordo. Misure dichiarate, 4,70 metri di lunghezza, 1,37 di altezza, 1,93 di larghezza specchietti esclusi.
Sotto resta il V6 biturbo da 2,9 litri della Quadrifoglio, con carreggiate in configurazione GTAm e una nuova rapportatura. La scheda parla di 1.420 kg e oltre 300 km/h, numeri di progetto per un’auto che ancora non esiste.

Il muso tiene il Trilobo ma lo circonda di forme nuove, il bordo del cofano scende di 40 millimetri e fa da sopracciglio a quattro luci diurne orizzontali. Il cofano è in tre sezioni e se ne apre solo quella centrale. Le prese laterali a ipsilon raffreddano i freni, mentre quattro splitter, un diffusore e uno spoiler fanno il resto del lavoro aerodinamico. Una scanalatura scolpita “annega” i gruppi ottici sottili e lega frontale, fiancate e coda.
A cielo aperto la capote in tessuto sparisce del tutto. Il lunotto in vetro stratificato fa anche da frangivento e il bagagliaio dichiara 623 litri, nonostante il meccanismo del tetto. Il parabrezza è il brevettato “Vistotal”, vetri incollati e montanti sottili per vedere meglio di lato.
Gioacchino Acampora, architetto e presidente dell’atelier, usa questa Giulia per interrogarsi sul destino dei carrozzieri indipendenti, mentre i grandi marchi rinforzano i reparti di personalizzazione interni. La sua sintesi: “Il carrozziere realizza i sogni di oggi, i centri stile studiano i desideri del domani”.
Il metodo citato si chiama “MERAKI”, parola greca per fare le cose con passione e mettendoci un pezzo di sé, e conta sei principi. Si va dal «Modo tridimensionale», con transizioni naturali tra frontale, fiancate e coda, all’«Empatia per la proporzione», ispirata alle auto degli anni Trenta e alle barche. Poi «Rinnovare nel semplice», «Artigianalità digitale» con modellazione 3D, «Kalokagathia» per l’armonia di forme, materiali e colori, e infine l’«innovazione per costruire il nuovo», che passa da una raccolta di materiali propria e dalla stampa 3D interna.
