Carburanti, l’Italia studia la mossa delle accise mobili

Benzina oltre i 2 euro al litro, in alcuni casi fino a 2,50. Il governo valuta le accise mobili per calmierare i prezzi alla pompa.
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Benzina e diesel hanno bucato la soglia psicologica dei 2 euro al litro, anche se in certi distributori si arriva persino a 2,50, e sul tavolo del governo è tornato uno strumento che sa di già visto, quello delle accise mobili. Meccanismo rodato, politicamente trasversale, e ora invocato a gran voce sia dalle opposizioni che, con qualche cautela in più, dalla stessa maggioranza.

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A spingere sull’acceleratore ci pensano Chiara Appendino e Mario Turco del M5S e la segretaria del PD Elly Schlein, che ha messo il dito nella piaga in tema caldo e carissimo (almeno nelle storiche promesse) della premier Giorgia Meloni: se il prezzo della benzina sale, sale anche il gettito IVA nelle casse dello Stato. Quell’extra incasso, secondo Schlein, andrebbe restituito ai cittadini abbattendo le accise. Meloni ha risposto con la tipica formula del “ci stiamo lavorando”, annunciando una taskforce di monitoraggio e aprendo alla possibilità di attivare il meccanismo se i prezzi dovessero consolidarsi su questi livelli.

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Il funzionamento è meno “strano” di quanto sembri. Il prezzo alla pompa è composto da tre strati: il prezzo industriale, le accise, una tassa fissa per litro, e l’IVA al 22%, applicata sul totale. Quando il petrolio costa di più, lo Stato incassa automaticamente più IVA.

Le accise mobili permettono di usare questo extragettito per abbassare la componente fissa dell’accisa, stabilizzando il prezzo finale senza toccare le entrate ordinarie del bilancio pubblico.

La norma attuale, modificata dal governo Meloni nel 2023 rispetto alla precedente versione Bersani del 2007, non specifica però la soglia percentuale di aumento necessaria per far scattare il meccanismo. Ed è esattamente su questo punto che si dovrà intervenire, con una decisione congiunta del Ministero dell’Economia e del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.

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Il paradosso, sottolineato dai gestori degli impianti di distribuzione, è che i carburanti attualmente in vendita derivano da carichi di greggio già consegnati prima del blocco dello Stretto di Hormuz. Gli aumenti, tecnicamente, sarebbero privi di giustificazione immediata, anche se si tratterebbe di un aumento preventivo dei prezzi da parte delle compagnie, per così dire, in modo da tutelarsi. Appunto, speculazione preventiva.

Poco tempo fa (da non dimenticare) il governo, però, era stato lesto a riversare tutta la colpa dei prezzi sulla categoria dei benzinai, con la misura del cosiddetto prezzo medio esposto obbligatorio, risultata non solo controproducente ma anche bocciata dal Consiglio di Stato.

Il Codacons ha quantificato in 15 centesimi per litro la riduzione necessaria a riportare i prezzi ai livelli pre-conflitto. Una cifra che, considerata l’IVA applicata anche sulle accise, avrebbe effetti a cascata: non solo sul costo del pieno, ma anche sui prezzi al dettaglio dei beni alimentari, visto che oltre l’80% delle merci in Italia viaggia su gomma.