Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha trovato il colpevole. Indovinate un po’, è proprio Stellantis, che ha avuto la sfrontatezza di non chiudere le fabbriche. Se i cinesi non producono in Italia, dice il ministro, è perché non ci sono stabilimenti “chiavi in mano” da rilevare. Un ragionamento che ha il pregio della semplicità, non c’è che dire.
Il 14 ottobre, rispondendo alla Camera a un’interrogazione di Marco Grimaldi di Alleanza Verdi e Sinistra, Urso ha ricordato gli incontri con Alfredo Altavilla, consulente speciale di BYD, e i sopralluoghi di potenziali investitori. I gruppi cinesi, spiega, cercano impianti pronti all’uso per entrare in fretta in Europa, e l’orientamento commerciale e normativo dell’UE dovrebbe rendere più conveniente produrre dentro i confini. Poi la chiosa, Stellantis si è impegnata, al tavolo sull’automotive, a tenere aperti i siti italiani e a evitare licenziamenti. Quindi niente fabbriche libere.

La Fiom non ci sta, per il sindacato i siti non sono affatto indisponibili: il problema sono le scelte politiche e l’assenza di una vera strategia industriale. Da qui la richiesta di un incontro al Mimit con governo e azienda seduti allo stesso tavolo. Grimaldi ha insistito sullo stesso tasto, ricordando la promessa di attrarre un secondo costruttore, chiedendo interventi sui costi energetici e nuove prospettive per Mirafiori, dove il secondo modello resta una questione irrisolta.
I numeri, d’altronde, non aiutano la tesi dello stabilimento “pieno”. Nel 2025 Stellantis ha prodotto in Italia 379.706 veicoli tra auto e commerciali, il 20% in meno rispetto al 2024 e quasi la metà dei 751.384 del 2023, secondo la Fim-Cisl. Nei primi nove mesi del 2026 si respira un po’, con 340.745 unità, con un balzo del 28,3% sullo stesso periodo dell’anno prima. La Fim stima circa 450.000 veicoli a fine anno, una ripresa vera, che però resta lontanissima dal milione di cui si parla da anni.

Le uscite volontarie incentivate non sono licenziamenti, certo, ma i lavoratori in meno restano in meno. Uno stabilimento formalmente aperto non è per forza uno stabilimento che lavora a pieno regime: gli ammortizzatori sociali, infatti, continuano a servire. A Cassino, nei primi nove mesi, sono state assemblate appena 8.897 vetture, il 37,1% in meno.
Aperto, insomma, non vuol dire pieno. E un impianto con quei volumi, a rigor di logica, qualcosa da offrire a un investitore dovrebbe pur averlo. A meno che BYD non cerchi una fabbrica già occupata (e con prezzi dell’energia molto più abbordabili).
