Stellantis rilancia il diesel, se ne parla ormai da giorni. Il 1.5 BlueHDi torna così al centro della strategia per alimentare modelli di Peugeot, Citroën, Opel e DS Automobiles. Non è un colpo di nostalgia, è una scelta pragmatica, radicata in numeri e comportamenti d’acquisto.
La motorizzazione 1.5 BlueHDi è un’unità collaudata, con costi industriali già ammortizzati e appeal certificato tra le flotte aziendali e gli automobilisti che macinano chilometri. Dove l’elettrico inciampa, per esempio su prezzo, autonomia realistica e infrastrutture di ricarica, il diesel continua a offrire ciò che conta: autonomia vera, consumi contenuti e rapidità di rifornimento. Per una famiglia che viaggia molto la ricarica non è ancora competitiva rispetto a una tanica di diesel e 800 km di autonomia.

Il ritorno al BlueHDi non nega l’elettrificazione, ma è una strategia difensiva. Le piattaforme “multi-energia” pensate per ospitare sia termico che elettrico portano compromessi, su tutti si pensi a elementi fondamentali come peso, efficienza ridotta, oltre a qualche rinuncia nella raffinatezza, e quando l’offerta software e digitale non regge (e qui entrano in gioco le comodità della modernitò con la fondamentale gestione percorsi, l’integrazione OTA, gli ecosistemi intelligenti) il cliente percepisce un prodotto incompleto. In pratica, se l’elettrico non convince per esperienza d’uso, il consumatore cambia marchio, non la tecnologia per principio.
La mossa è quindi definibile, in una parola, pragmatica. Tenere in gamma un motore affidabile e riconosciuto sembra fondamentale per Stellantis, almeno finché l’offerta elettrica non diventa davvero matura e competitiva sotto tutti i fronti, quindi su quei “piccoli” dettagli come prezzo, autonomia, rete di ricarica e software integrato.

È una scommessa sulla credibilità commerciale più che un ritorno ideologico al passato. Per chi guida tanti chilometri o gestisce flotte, il diesel resta oggi un porto sicuro; per il mercato in generale, conta offrire una scelta credibile e coerente.
