Se il mercato azionario è un termometro, Stellantis non ha solo la febbre, ma è in pieno delirio. L’annuncio di oltre 20 miliardi di euro in svalutazioni straordinarie ha agito come acqua gelata su azioni che già scivolavano su un piano inclinato. Dal debutto del 2021, il titolo ha perso il 49%, ma è il crollo del 76% dai massimi del 2024 a far tremare i polsi, regalando al gruppo il triste primato della peggiore performance tra i giganti dell’auto.
Il confronto con i competitor fa rabbrividire. Mentre Toyota raddoppiava il proprio valore, Stellantis decideva di intraprendere una dieta forzata della propria capitalizzazione.

Dare la colpa solo al Green Deal è solo puro ottimismo. Nel primo semestre 2025, l’EBIT è letteralmente evaporato, passando dagli 8,4 miliardi dell’anno precedente a un misero mezzo miliardo. Con una perdita netta di 2,2 miliardi e ricavi scesi a 74 miliardi, Stellantis si gode l’esclusiva di essere l’unico grande gruppo con la redditività operativa azzerata. Persino Renault mantiene un onorevole 6,5%.
La strategia di Carlos Tavares, tutta prezzi alti e risparmi ossessivi, ha funzionato poco: ha sostenuto i margini nel breve termine, ma ha schiantato le vendite, crollate da oltre 6 milioni di veicoli a soli 2,8 milioni nel primo semestre 2025. Nel frattempo, mentre si staccavano assegni per dividendi generosi oltre i 16 miliardi, gli investimenti venivano tenuti a stecchetto, con 30 miliardi complessivi contro gli 89 di Toyota e gli oltre 50 di Volkswagen.
Le agenzie di rating hanno già iniziato a storcere il naso, declassando il gruppo sull’orlo dello status “speculativo”. Moody’s prevede un cash flow negativo anche nel 2026, segnando un triennio di agonia finanziaria.

Ora la palla passa alla nuova leadership di Filosa, che tenta il tutto per tutto investendo 13 miliardi negli Stati Uniti, mentre l’Europa e l’Italia restano spettatrici preoccupate di una possibile sovraccapacità produttiva. La rinascita è possibile, ma la strada sembra decisamente in salita.
