Sant’Agata Bolognese ha alzato il piede dall’acceleratore, e non per andare dritta verso un nuovo obiettivo aziendale, ma per evitare un frontale contro la realtà. La Lamborghini Lanzador, quel manifesto hi-tech che doveva proiettare il Toro nel silenzio asettico dell’elettrico puro entro il 2028, è stata ufficialmente messa da parte. Cancellata a tempo indeterminato.
Mentre a Maranello continuano a lucidare la loro “Luce” a batteria, Stefan Winkelmann ha preferito vestire i panni del condottiero spietato piuttosto che quelli del visionario a spese degli azionisti. Il messaggio del CEO è arrivato come una martellata: investire miliardi in un’auto che i clienti non vogliono non è progresso, è irresponsabilità finanziaria. Bruciare capitali per soddisfare un capriccio ideologico che rischia di affamare dipendenti e famiglie non fa parte del DNA Lamborghini.

La Lanzador doveva essere la quarta colonna della gamma, una GT 2+2 cattiva e futuristica. Sulla carta un prodigio, nella realtà un azzardo privo dell’ingrediente che tiene in piedi il mito, l’emozione viscerale. Perché, siamo onesti, chi stacca un assegno a sei cifre per un Toro non cerca l’efficienza silenziosa da elettrodomestico, ma il ruggito, la vibrazione.
Il Gruppo Volkswagen, che ha già dovuto leccarsi le ferite con i passi falsi di Porsche sull’elettrico, ha capito la lezione. Il cuscinetto economico di Sant’Agata, pur solido dopo i record del 2025, non permette i voli pindarici di Ferrari. Qui bisogna giocare sul sicuro.

La soluzione è servita su un piatto d’argento, l’ibrido plug-in per Lamborghini, senza se e senza ma. Urus, Revuelto e Temerario hanno già tracciato la rotta con i loro V12 e V8 elettrificati. Il quarto modello seguirà questa scia, mantenendo probabilmente il nome ma accogliendo un powertrain PHEV che non castra l’anima del marchio.
Finché Bruxelles lo permetterà e i clienti continueranno a pretendere il fuoco sotto il cofano, Lamborghini continuerà a produrre motori a combustione. L’elettrico puro può aspettare nel parcheggio.
