Spesso i sostenitori dei veicoli elettrici citano con entusiasmo la Norvegia come la terra promessa, la prova che la transizione globale è solo questione di buona volontà. Peccato che, a guardare bene, il modello norvegese sia riproducibile solo se possedete le ventesimi riserve petrolifere mondiali e appena 5,6 milioni di abitanti su un territorio immenso.
In soldoni, dunque, voler seguire la Norvegia è come giudicare possibile che chiunque possa permettersi una Ferrari, sempre che ci sia un PIL pro capite superiore a 90.000 dollari. La Norvegia, senza girarci troppo intorno, non è un esempio di mercato, ma un esperimento di laboratorio finanziato dal greggio.

La transizione è stata del tutto artificiale. Lo Stato ha letteralmente sommerso di tasse le auto a combustione interna, rendendo le vetture a batteria l’unica scelta economicamente sensata. Hanno usato il fondo sovrano per costruire infrastrutture di ricarica e offrire incentivi che farebbero impallidire qualsiasi governo con problemi di deficit di bilancio (ovunque, dagli Stati Uniti all’italia).
C’è poi la questione del mercato dell’usato “fantasma”. Con un’età media del parco auto di soli 11,1 anni, i norvegesi vendono l’usato prima che le batterie tirino le cuoia. Quando i pacchi batteria moriranno dopo circa 15 anni, quelle auto saranno già state esportate, lasciando il problema dello smaltimento o della sostituzione (a volte anche più costosa del valore del veicolo stesso) a qualcun altro.

In normali condizioni di mercato, i motori a combustione interna rimangono superiori per praticità. Bisogna dirlo. Ci vogliono 5 minuti per il pieno contro i 30 di una ricarica rapida, che può costare pure di più. Se domani la Norvegia tagliasse gli incentivi e le restrizioni, vedremmo le auto a benzina tornare in cima alle classifiche in un batter d’occhio. Usare la Norvegia come benchmark per il resto del mondo, in definitiva, non è solo ottimismo, è disonestà intellettuale. Non tutti i Paesi possono permettersi di essere “verdi” con i soldi del petrolio.
