L’UE ha partorito l’ennesimo provvedimento altisonante, l’Industrial Accelerator Act, impacchettandolo con lo slogan “Made in Europe“. Un’operazione simpatia che, sulla carta, dovrebbe ridare ossigeno alle fabbriche nel Vecchio continente, anche quelle tecnicamente fuori dall’Unione, e alzare un muro contro l’avanzata dei costruttori cinesi.
Però, come spesso accade quando la burocrazia di Bruxelles prova a giocare a fare l’imprenditore senza aver mai visto una catena di montaggio, il giocattolo si rompe prima ancora di uscire dalla scatola. Il piano UE in fase di approvazione sarebbe semplice. Per staccare l’assegno degli incentivi, le auto elettriche e ibride devono essere assemblate rigorosamente entro i confini UE e vantare almeno il 70% di componenti locali. Un protezionismo da manuale, se non fosse che a Bruxelles sembrano essersi dimenticati di guardare la cartina geografica e, soprattutto, i registri di produzione dei giganti del Continente.

Siamo davanti a un possibile cortocircuito diplomatico che, intanto, ha fatto slittare l’annuncio ufficiale dal 2 al 4 marzo. Ufficialmente si parla di “disaccordi sulla portata geografica”, ma significa che nessuno ha la minima idea di come gestire chi, pur non essendo formalmente nell’UE, turchi e britannici, è il polmone produttivo del continente da decenni.
Ford è scesa in campo con il dente avvelenato, e ne ha ben ragione. Jim Baumbick, l’uomo al comando di Ford Europa, è stato chiarissimo: se si tagliano fuori Turchia e Regno Unito, si sta sabotando l’intera filiera. Non è un capriccio da azionista, è la realtà dei fatti. Icone del lavoro come il Transit o il Courier nascono in terra turca. Escludere un partner integrato da trent’anni significa darsi la proverbiale zappa sui piedi, rendendo la vita impossibile a chi deve far quadrare i conti.

Anche Nail Olpak, presidente del DEİK (Consiglio per le Relazioni Economiche Estere della Turchia), ha rincarato la dose. Non si può rafforzare l’industria europea escludendo chi ne costituisce la colonna vertebrale produttiva.
La Commissione ora si trova a gestire una figuraccia internazionale, con un portavoce che balbetta di “discussioni per rafforzare la bozza”. La verità è che il rinvio al 4 marzo non è un dettaglio tecnico, ma l’ammissione di un fallimento ideologico. Imporre regole rigide e autarchiche ignorando la complessità della catena di approvvigionamento globale non è strategia, è cecità. Perché, alla fine dei conti, un “Made in Europe” che rinnega le proprie radici produttive per un capriccio geografico rischia di restare l’ennesimo slogan vuoto.
