Per oltre un decennio, le compagnie minerarie cinesi hanno fatto shopping in Africa con metodo certosino. Miliardi investiti in Repubblica Democratica del Congo (RDC) e Zimbabwe per mettere le mani su cobalto e litio, le materie prime su cui poggia l’intera industria delle batterie e, per estensione, quella dei veicoli elettrici. Un piano industriale solido, lineare, quasi perfetto. Fino a quando i paesi produttori hanno deciso di cambiare le regole del gioco.
Dallo scorso mese, la RDC, primo fornitore mondiale di cobalto, con una produzione più che raddoppiata nell’arco di tre anni, ha imposto restrizioni alle esportazioni del metallo per frenare la sovrapproduzione e trattenere valore in loco. Lo Zimbabwe, diventato nel frattempo il quarto produttore mondiale di litio, ha seguito con un divieto sull’export di concentrati grezzi, puntando a sviluppare raffinazione interna.

Due mosse. Due scosse di assestamento che si sono sentite immediatamente sui mercati. Il cobalto e i suoi derivati hanno segnato aumenti vertiginosi di prezzo, il litio si sta riavvicinando ai livelli record del 2023.
Per le case automobilistiche, la traduzione è immediata: costi di produzione delle batterie in rialzo, filiere di approvvigionamento sotto pressione, pianificazione industriale da riscrivere. Le compagnie minerarie cinesi si trovano nella paradossale situazione di produrre più cobalto di quanto riescano a esportare, con capacità produttiva sottoutilizzata e investimenti che rischiano di trasformarsi in zavorra.
Il quadro che emerge non è una crisi passeggera. È l’accelerazione di una tendenza strutturale: il nazionalismo delle risorse strategiche. I Paesi africani protagonisti di questo mercato minerario. Non solo estrarre e spedire, ma raffinare, trasformare, industrializzare. Un obiettivo legittimo, per certi versi inevitabile. Ma la transizione ha i suoi costi: in Zimbabwe le infrastrutture di lavorazione del litio sono ancora insufficienti ad assorbire i volumi estratti, e il divario tra produzione mineraria e capacità industriale reale rischia di tradursi in colli di bottiglia prolungati.

Per gli investitori cinesi il dilemma è concreto: continuare a finanziare lo sviluppo della raffinazione locale, su condizioni che non controllano più, oppure guardare altrove. Sullo sfondo, altre potenze industriali accelerano sulla diversificazione delle forniture, cercando di erodere la dipendenza dalla catena dominata da Pechino.
