Per decenni progettare auto in Germania, costruirle lì e poi venderle in tutto il mondo è stata un qualcosa di assolutamente normale per i costruttori tedeschi. Un modello che ha contribuito a rendere il made in Germany uno dei simboli più forti dell’industria europea. Oggi però anche Volkswagen, attraverso le parole del suo numero uno Oliver Blume, riconosce che questo schema non basta più. E soprattutto non è più sostenibile come lo era un tempo.
Produrre in Germania non è più sostenibile secondo il CEO di Volkswagen
I conti del gruppo Volkswagen continuano a mostrare ricavi importanti, ma questo non basta a nascondere il problema principale: i margini si stanno assottigliando. A pesare sono diversi fattori insieme, dai dazi statunitensi ai costi energetici, fino a una concorrenza internazionale che si muove con una velocità che l’industria europea fatica ancora a pareggiare.
Il caso più evidente è quello della Cina. Oggi il mercato cinese non è più soltanto uno sbocco commerciale fondamentale, ma un ambiente industriale completamente diverso, molto più rapido e aggressivo. Con oltre 150 produttori attivi, la competizione si gioca su tempi di sviluppo, capacità di adattamento e velocità produttiva.

Per Volkswagen questo significa una cosa precisa: non basta più esportare modelli europei in altri mercati sperando che funzionino ovunque allo stesso modo. Il gruppo sta infatti cercando di cambiare approccio, puntando a localizzare sempre di più progettazione e produzione nei mercati chiave. L’idea è trattare ogni grande area geografica come un ecosistema industriale autonomo, con prodotti pensati, sviluppati e costruiti direttamente in loco. La Cina, da questo punto di vista, è il laboratorio più importante di questa nuova strategia.
Il cambiamento, però, non riguarda solo quello che accade fuori dalla Germania. Tocca anche il cuore stesso del sistema Volkswagen. Il piano di ristrutturazione prevede infatti la riduzione di circa 50.000 posti di lavoro in Germania entro il 2030, su una forza lavoro complessiva di 280.000 persone. L’azienda parla di un processo socialmente gestibile, ma è evidente che si tratta di una svolta molto profonda, anche simbolicamente. Per generazioni, Volkswagen è stata legata a un’idea di stabilità industriale e occupazionale che oggi appare molto più fragile.

Blume, con queste dichiarazioni ha voluto anche fare una critica piuttosto netta alla politica tedesca, accusata in sostanza di muoversi troppo lentamente. Il manager chiede meno discussioni teoriche e più capacità di agire, con obiettivi chiari, tempi certi e responsabilità ben definite.
