Dacia non gioca più in difesa e la nuova Striker ne è la prova schiacciante, l’ennesimo schiaffo a chi ancora considera il marchio “low-cost” del gruppo Renault come l’ultima spiaggia dei risparmiatori. Dopo tre anni di avvistamenti e prototipi camuffati, il velo è caduto. Si chiama Striker, un nome che evoca l’attaccante di razza, quello che punta dritto alla porta. E il bersaglio, questa volta, è il cuore di un mercato europeo in cui sono numerosi i listini folli e i SUV giganti.
La filosofia è abbattere tutti i birilli con un colpo solo, fare strike. Con una lunghezza che resta sotto la soglia psicologica dei 4,70 metri, la Striker si posiziona in quella terra di mezzo dove la praticità di una wagon sposa l’altezza da terra di un crossover.

La Striker sembra avere la ricetta per “prendere tutto”: spazio per le famiglie, bagagliaio che non costringe a scegliere tra il passeggino e la spesa, e un’anima quasi off-road. Il suffisso “-er”, ormai un marchio di fabbrica dopo Jogger, Duster e Bigster, non è solo coerenza stilistica, ma una dichiarazione.
Sotto il cofano, Dacia gioca la carta della concretezza tecnologica ereditata dalla Bigster. Non ci sono voli pindarici verso l’elettrico puro a prezzi proibitivi, ma un menù motori per tutti.

Si parte dal turbo tre cilindri 1.2 da 120 CV, passando per il mild-hybrid da 140 CV, fino ad arrivare alla versione 4×4 da 150 CV. Il tutto, ovviamente, condito dal sacro graal del GPL, l’unico vero alleato rimasto agli automobilisti italiani contro il caro carburante. Al vertice, il full hybrid 1.8 da 155 CV, per chi vuole l’efficienza senza il cappio della ricarica.
Dacia consolida la sua identità con dettagli che non sfigurerebbero su segmenti superiori: fanali a T, fibra di carbonio decorativa e una firma luminosa che promette carattere.
La produzione a Mioveni inizierà nella seconda metà del 2026, ma la vera sfida si giocherà al Salone di Parigi. Skoda Octavia e Peugeot 308 SW sono avvisate, adesso l’attaccante rumeno è sceso in campo.
