Il mercato delle auto elettriche nel sud Europa sta arrancando, e questa volta non è solo colpa dei prezzi gonfiati o dell’infrastruttura latitante. Il vero problema si chiama costo della ricarica, quella voce di spesa che nessuno ha voluto calcolare davvero quando si spingeva l’elettrico come soluzione miracolosa.
Giorgia Meloni ha deciso di mettere le mani sul problema con una dichiarazione che suona come una promessa elettorale ma che, almeno stavolta, potrebbe avere gambe: “Me ne occuperò personalmente”. Il governo italiano è pronto a intervenire sui prezzi dell’energia per la mobilità elettrica, trasformando quella che finora era una questione industriale in una vera e propria battaglia di Stato. Tutte splendide parole.

La premier avrebbe individuato il cuore del problema. Non una grande scoperta. A che serve sborsare migliaia di euro in più per comprare un’auto a batterie se poi ogni ricarica pubblica costa quanto un pieno di benzina? Meloni ha bollato la situazione come un “imposta invisible” che sta massacrando l’idea stessa di transizione energetica. L’Italia vuole così evitare che l’elettrico diventi l’ennesimo prodotto per ricchi.
Finora gli incentivi governativi si sono concentrati sul momento dell’acquisto: sconti, rottamazioni, bonus fiscali. Tutto molto bello, peccato che una volta portata a casa l’auto elettrica, il proprietario scopre che ricaricare fuori dal garage di casa è un salasso. Roma vuole cambiare paradigma e regolare il mercato energético post-vendita, garantendo tariffe stabili e competitive per il kWh destinato ai veicoli. L’obiettivo è impedire che le fluttuazioni del mercato elettrico e i margini di profitto degli operatori di ricarica trasformino la mobilità a zero emissioni in un privilegio.

Il paese che insieme alla Germania ha contestato duramente la scadenza del 2035 per lo stop ai motori endotermici, ora sembra aver scelto una via più pragmatica: se Bruxelles vuole l’elettrico a tutti i costi, che almeno garantisca alle famiglie e alle imprese italiane un costo operativo sostenibile. La proposta sul tavolo include una revisione dei prezzi energetici specifici per il trasporto e una stretta regolatoria sulle compagnie elettriche, affinché l’infrastruttura pubblica smetta di essere un freno.
Se il piano di Meloni dovesse funzionare (anche se a vedere com’è andata con le accise sui carburanti, c’è da dubitarne), l’Italia potrebbe diventare il modello da seguire per altri mercati del sud Europa con problemi identici, Spagna in testa. Perché il vero incentivo all’elettrificazione non è un assegno una tantum alla firma del contratto, ma la certezza che il risparmio per chilometro promesso sia reale, tangibile e non una trovata di marketing.
