Addio smart working in Stellantis: ecco come “punire” i dipendenti

Lo scorso anno John Elkann, presidente di Stellantis, aveva già anticipato la fine del lavoro da remoto per migliaia di dipendenti.
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Progetti cancellati, vendite anemiche, una gigafactory a Termoli che salta definitivamente (con tutte le previsioni del caso). La soluzione di Stellantis, però, al momento, è abolire lo smart working. Perché quando un’azienda automobilistica non riesce a vendere fiumi di auto, la risposta, almeno per come viene raffigurata dalla stampa, è “punire” chi lavora in ufficio.

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Antonio Filosa, amministratore delegato del gruppo, ha comunicato la decisione che riguarderà circa 10mila dipendenti in Italia a partire dal 2027. Tutti in presenza, sempre. La modernità è questa, a quanto pare.

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Stellantis conta circa 30mila dipendenti complessivi in Italia, di cui un terzo usufruiva fino a oggi del lavoro agile. Un format che prevede due giorni a settimana da casa, un’eredità dell’era Covid e della precedente amministrazione di Carlos Tavares.

Ora basta con queste comodità. Il ritorno in ufficio si inserisce, raccontano, in un trend più ampio che vede multinazionali di mezzo mondo fare marcia indietro rispetto ai modelli di lavoro flessibile. Come se la pandemia non avesse insegnato nulla, se non che certi dirigenti preferiscono vedere le sedie occupate costantemente in tutti gli stanzoni degli uffici.

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L’annuncio, va detto, era nell’aria. Lo scorso anno John Elkann, presidente di Stellantis, aveva già anticipato la fine del lavoro da remoto con un video messaggio agli americani: “È tempo di tornare a lavorare assieme”. Nel 2025 lo smart working era già stato ridotto in diversi reparti, fino ai due giorni settimanali del 2026. Dal 2027, colletti bianchi compresi, si torna alla scrivania fissa. Sempre.

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La Fim Cisl non ha fatto muro, limitandosi a concordare che “eventuali casi singoli di oggettiva necessità, legati a problemi di salute, potranno essere esaminati”. Più dura la Fiom Cgil: “La scelta di rinunciare allo smart working è sbagliata, visto che rappresenta un elemento attrattivo soprattutto per le nuove generazioni”. Senza contare chi ha organizzato la propria vita su quell’organizzazione aziendale. Però, la logica resta ferrea.