Nelle pagine del The Times, Jeremy Clarkson ha lanciato l’ennesima provocazione con il suo stile inconfondibile, stavolta dedicata a un tema che tocca le corde dell’orgoglio nazionale italiano: Lancia. Il giornalista britannico sostiene che chiudere questo marchio per questioni economiche rappresenterebbe per l’Italia qualcosa di emotivamente devastante, paragonabile a “demolire il Colosseo per fare spazio a una rotatoria”.

La tesi di Clarkson poggia su un’osservazione culturale: “In Italia un’auto è un essere”. Secondo lui, gli italiani vivono un rapporto con le automobili che va oltre la razionalità industriale e finanziaria. Non si tratta di bilanci o profitti, ma di identità e appartenenza. Ed è proprio questo che renderebbe “semplicemente impensabile” la fine di Lancia, nonostante le difficoltà commerciali.
Il marchio torinese oggi si aggrappa alla sola Ypsilon, in attesa della nuova Gamma. Clarkson non le manda a dire: la citycar “non ha alcun senso finanziario”, visto che le vendite limitate non giustificherebbero la sopravvivenza del brand secondo una logica puramente aziendale. E ipotizza che Stellantis possa aver considerato scenari drastici, salvo poi trovarsi di fronte “l’opposizione dell’esercito” di chi non accetterebbe mai l’addio a un pezzo di storia automobilistica.

Perché di storia si tratta, eccome. Clarkson riconosce a Lancia un’eredità straordinaria fatta di modelli leggendari come l’Integrale, la 037, l’Aprilia e la Stratos. Ma soprattutto ricorda le innovazioni che hanno rivoluzionato l’industria come le sospensioni anteriori indipendenti, il motore V6, cambio a cinque marce e il telaio monoscocca. “È stata la prima a progettare un’auto pensando davvero all’aerodinamica”, ha aggiunto Clarkson. Per il giornalista, tutto questo vale più di qualche perdita nei conti.
L’ultima stoccata è rivolta al suo stesso paese. “Noi lo abbiamo fatto, perché non siamo appassionati di auto”, ammette riferendosi alla chiusura dei marchi storici britannici. Una differenza culturale che, secondo Clarkson, spiega perché in Italia sarebbe impossibile replicare la stessa scelta.
