Dramma automotive UE per i costi stellari dell’energia dovuti al mancato acquisto del gas russo a basso prezzo: Mercedes sposta la produzione della sua entry-level Classe A dalla Germania all’Ungheria, dice Autonews. Tutti vanno in terra magiara o in Spagna, lì dove le bollette per aziende e famiglie sono ragionevoli. Si scappa dalle nazioni dove il margine di profitto è ridotto.
Gruppi auto a caccia di profitto: normale
In tutto questo, cosa c’è di male? Nulla. I Gruppi auto non sono enti di beneficenza, mentre i CEO riportano agli azionisti. I quali non vogliono neppure sentire l’espressione “profit warning”. Che fanno cadere gli amministratori delegati. Allora, per mantenere l’utile su standard adeguati, si scappa in Ungheria e Spagna: vedi Stellantis con CATL e la Gigafactory di Saragozza. Vedi BYD in territorio magiaro con varie fabbriche.
Tris tremendo
Il tris micidiale auto elettrica più zero gas russo per sanzionare Putin più aiuti all’Ucraina ha impatti pesantissimi per il panorama dell’industria automobilistica europea, che sta attraversando una delle trasformazioni più radicali della sua storia centenaria. I funzionari di Pechino e Trump osservano, ringraziano, incassano e vincono. Perdipiù, l’UE comprerà energia molto più cara dagli USA.
Trasferimento iconico
La notizia del trasferimento della produzione della Mercedes-Benz Classe A dallo storico stabilimento di Rastatt, in Germania, verso il sito di Kecskemét, in Ungheria, non è solo un cambio di geografia industriale, ma il sintomo di una crisi strutturale profonda che colpisce il cuore manifatturiero della locomotiva tedesca. Per decenni, il Made in Germany è stato sinonimo di superiorità automotive. Tuttavia, i margini di profitto sulle vetture compatte come la Classe A sono più sottili rispetto alle ammiraglie di lusso come la Classe S. In un contesto di inflazione galoppante e costi operativi in ascesa, la Casa ha dovuto fare una scelta pragmatica: ottimizzare la capacità produttiva tedesca per i modelli a più alto valore aggiunto e spostare i segmenti di base dove il costo dell’energia è più sostenibile (e dove il costo del lavoro è inferiore, ma questo è marginale). Altrettanto scontato che Budapest dica no al divieto di importare gas russo. Di colpo, perderebbe tutto il suo sex appeal.
Tallone d’Achille della Germania auto
Da anni, i CEO ripetono che il vero male è il costo dell’energia in UE: Germania, Italia e altrove. Berlino ha basato per anni la propria competitività industriale sul gas naturale a basso costo proveniente dalla Russia. Con il mutamento dello scacchiere geopolitico e la decisione di accelerare la transizione, i prezzi dell’elettricità per le industrie tedesche sono schizzati a livelli che rendono difficile la competizione globale. La produzione automobilistica è un processo ad altissimo consumo energetico, dalla fusione dei componenti alla verniciatura in forni ad alta temperatura. In generale, le industrie tedesche sono iperenergivore.
Ormai, il pasticcio green è fatto. L’esecutivo teutonico ha tentato una retromarcia dicendo no al ban termico 2035, ottenendo per ora solo un taglio dal 100 al 90% di target della riduzione di CO2. Operazione di imbellettamento dal peso specifico nullo. Le aziende temono la stabilità degli approvvigionamenti futuri mentre la Germania dismette il nucleare e il carbone per passare alle rinnovabili, un processo che richiede tempo e investimenti infrastrutturali enormi.

Più lavoro in Ungheria: gran colpo
L’Ungheria, al contrario, ha adottato una politica energetica pragmatica (seppur controversa a livello politico europeo), mantenendo accordi che garantiscono prezzi dell’energia più stabili e competitivi per i grandi insediamenti industriali stranieri. Kecskemét non è una scelta casuale. Mercedes ha già investito nel sito ungherese, trasformandolo in un centro di eccellenza tecnologica. Il governo ungherese ha creato un ambiente fiscale e normativo estremamente favorevole per i costruttori di automobili, offrendo incentivi diretti per l’espansione delle fabbriche e la formazione del personale.
