Cassino si ferma, di nuovo. I reparti di lastratura, verniciatura e montaggio dello stabilimento Stellantis di Piedimonte San Germano resteranno chiusi oggi e domani, aggiungendo altri due giorni a un anno che di soste ne ha già accumulate troppe. Non è una novità, e questo è esattamente il dramma.
I numeri del 2025 già pesano tantissimo: vetture prodotte in calo, giornate lavorate ridotte, un impianto che gira a singhiozzo in un territorio che su quella fabbrica ha costruito per decenni una parte consistente della propria identità economica. Cassino non è uno stabilimento qualunque. È uno dei poli industriali più rilevanti del Sud del Lazio, e ogni stop che si somma all’altro è una crepa nel muro di un’intera area.

In questo quadro c’è una notizia che si può leggere come un mezzo sollievo: 60 posti di lavoro nell’indotto sono stati salvati. Le parti sociali lo accolgono con favore, ma sanno bene che non basta. La vera partita si gioca altrove, e parliamo del nuovo piano industriale Stellantis, atteso entro fine mese.
Nei prossimi giorni è previsto un incontro tra il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca. Un appuntamento che i sindacati seguiranno con grande attenzione. Le richieste sul tavolo sono concrete: quali modelli verranno assegnati a Cassino, con quali volumi, con quali investimenti.

Nel frattempo filtrano indiscrezioni su possibili investitori stranieri interessati allo stabilimento frusinate, con nomi che arrivano dall’Asia. Non poteva essere altrimenti, verrebbe da dire. I sindacati non sbattono la porta in faccia a nessun capitale, ma pongono una condizione chiara: qualunque scelta deve passare dal confronto con i rappresentanti dei lavoratori e inserirsi in un progetto di rilancio credibile. D’altronde, il rischio vero, a Cassino, non è il fermo di questa settimana. È abituarsi all’idea che fermarsi sia diventato normale.
