Nel 2008 nessuno, da queste parti, sapeva bene chi fosse Tata. Poi il gruppo indiano si è preso Jaguar e Land Rover, portandole via a una Ford che le teneva in casa dal 2000, e il mondo dell’auto ha dovuto fare spazio a un nome nuovo. Quasi vent’anni dopo, Tata torna a “fare la spesa” in Europa e mette nel carrello il terzo marchio del continente, Iveco.
Torino, famiglia Agnelli, Fiat. Lo ricordiamo, la storia di Iveco parte dal 1975 e parla italiano da sempre. Camion, autobus, veicoli commerciali, roba che muove l’economia, più che i sogni dei collezionisti.
L’operazione è stata annunciata già a luglio 2025, con una valutazione di 3,8 miliardi di euro. Su un fatturato di 22 miliardi e 540.000 veicoli prodotti ogni anno, non è nemmeno un prezzo da saldo. Per Tata, un biglietto d’ingresso con vista sull’Europa.

Poi è arrivato il intoppo. Iveco costruisce anche mezzi militari e attrezzature tattiche, e consegnarli a un gruppo straniero era un’ipotesi che a Roma non si poteva nemmeno mettere sul tavolo. Il dossier Difesa andava quindi scorporato. Lo si è fatto a marzo di quest’anno, con la divisione venduta a Leonardo per 1,7 miliardi di euro. I mezzi bellici restano in famiglia, quelli col logo del camion vanno a Mumbai.
Così, Tata Motors detiene oggi l’89,42% di Iveco. Per gli indiani è un colpo da maestro, perché si portano a casa il mercato europeo dei veicoli commerciali, la reputazione costruita in decenni sugli autocarri pesanti e il pacchetto completo di tecnologie, piattaforme e motori. Con tutti gli stabilimenti inclusi, compreso lo storico impianto di Torino.
Sul piano sociale, le rassicurazioni non mancano. Per due anni niente licenziamenti e niente chiusure di fabbriche, e il quartier generale resta a Torino. Due anni, però, poi si vedrà.
Tutti aspettano il piano strategico, quello che dirà se Iveco sarà il nuovo cuore europeo di Tata o solo una bella targa da appendere accanto a Jaguar e Land Rover.
