Mega concentrazione auto cinese in stile Marchionne: UE ko nel 2026

Un processo di consolidamento in Cina mira a trasformare una miriade di player in pochi e inarrestabili colossi industriali: così Bruxelles si troverà innanzi la Grande Muraglia dell’auto elettrica.
cina stile marchionne cina stile marchionne

Dalle faccine arcobaleno sorridenti del Green Deal UE in salsa tedesca 2019 al muro dell’auto elettrica cinese: nel 2026, il Celeste Impero imprimerà un’accelerazione per trasformare una miriade di player in pochi e inarrestabili colossi industriali. Stando alla CNBC, nel 2022, i primi 10 produttori cinesi controllavano il 65% del mercato: oggi quella quota è balzata al 95%. Ed è destinata a salire. Perché? Risposta: Pechino vuole esibire tutto il suo strapotere tecnologico, usufruendo dell’involontario regalo di Bruxelles (dietro la spinta degli ecologisti berlinesi). 

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La dottrina Marchionne adottata dal Dragone

La via cinese è quella prefigurata da un genio assoluto come Sergio Marchionne: nel 2015, il manager in pullover sosteneva che l’industria automobilistica bruciasse troppo capitale in duplicazioni inutili e che l’unica via per la sopravvivenza fosse la fusione in grandi gruppi globali per ottimizzare i costi di ricerca e sviluppo. In parallelo, l’allora CEO FCA stroncava l’elettrico occidentale, che faceva solo perdere quattrini. Se la politica ascoltasse chi ne capisce, anziché le lobby verdognole e sinistroidi, l’Europa non vivrebbe lo psicodramma della disoccupazione automotive diretta e dell’indotto. Con un 2026 pieno di chiusure di fabbriche e fughe in USA.

UE travolta

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La Cina sta applicando questa dottrina su scala statale per travolgere il mercato europeo nel 2026 attraverso tre direttrici principali. Pechino sta smettendo di sussidiare a pioggia le centinaia di startup nate negli ultimi dieci anni. L’obiettivo è una selezione naturale che lasci in vita solo 4 o 5 campioni nazionali (come BYD, Geely e il gruppo SAIC). Questo permette di stabilizzare i margini per finanziare l’espansione all’estero. Visto che il mercato interno è saturo. Così, le economie di scala che rendono le auto cinesi imbattibili sui costi, con vantaggi competitivi stimati tra il 25% e il 30% rispetto ai produttori europei. La Cina controlla oltre il 70% della produzione mondiale di celle e la raffinazione delle terre rare. Mentre l’Europa investe per recuperare, colossi come BYD sono già integrati verticalmente (producono tutto in casa, dai chip ai sedili).

Dazi, un solletico momentaneo

In quanto ai dazi UE anti elettriche Made in China, le Case orientali apriranno sempre più fabbriche in Ungheria e Spagna, dove l’energia costa in modo ragionevole: l’accoppiata “auto elettrica imposta più niente gas dalla Russia” sta devastando l’industria automotive UE. I colossi cinesi imporranno i propri standard software e digitali, trasformando l’auto in uno smartphone su ruote, settore in cui il vantaggio competitivo cinese è attualmente di tre anni rispetto ai brand tedeschi.

Se l’Unione Europea impone l’elettrico, il Regno di Mezzo ha modo di scaricare la sua energia in due modi: primo, con le PHEV termiche a benzina ibride plug-in in via provvisoria; secondo, con le BEV sul breve, ma soprattutto sul medio e lungo termine.

Errore di natura psicologica

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Impossibile arginare la ferocia agonistica del Dragone. Infatti, molti Gruppi occidentali ripiegano sugli USA, dove c’è la libertà di comprare e vendere benzina e diesel, rispettando i sacri princìpi dei mercati. Comanda il consumatore, non il politico. E l’UE ha stuzzicato l’orgoglio della Cina imponendo i dazi: errore psicologico madornale.

Esperti cinesi del settore, come Xiao Feng di Citic CLSA, avvertono che i consumatori non acquistano più marchi sconosciuti, preferendo l’affidabilità finanziaria e tecnologica dei grandi nomi. Il messaggio è chiaro: per sopravvivere nel 2026, un produttore deve avere una scala di produzione di almeno due milioni di veicoli all’anno. Chi non raggiunge questi volumi non può sostenere gli enormi investimenti in ricerca e sviluppo necessari per non restare indietro.

sergio marchionne

La strategia di espansione: dall’esportazione alla produzione locale

Con un mercato interno saturo e margini ridotti all’osso, la “sorpresina” per l’UE è la determinazione con cui questi nuovi colossi irrobustiti puntano all’estero. Non si tratta più solo di spedire auto via nave, ma di radicarsi nel territorio. BYD sta accelerando la costruzione del suo stabilimento in Ungheria, che diventerà operativo proprio nel 2026, permettendo al gruppo di aggirare i dazi europei e accorciare la catena di fornitura. Geely ha quadruplicato le sue esportazioni nella prima metà del 2025, espandendosi in 90 mercati e aprendo fabbriche in Egitto e Indonesia. Nuovi attori tecnologici come Xiaomi e colossi supportati da software Huawei stanno registrando crescite superiori al 90%, portando l’innovazione digitale dell’elettronica di consumo direttamente sulle strade europee.