Negli anni ’80 Maserati provò a sviluppare un motore V6 davvero fuori dagli schemi. Un progetto ambizioso, quasi visionario per l’epoca, che puntava ad aumentare il numero di valvole per cilindro da tre a sei con l’obiettivo di migliorare respirazione, efficienza e prestazioni.

Il propulsore, chiamato 6.36, era un V6 biturbo da due litri con ben 36 valvole complessive. Numeri che oggi possono sembrare semplicemente curiosi, ma che all’epoca rappresentavano qualcosa di estremamente avanzato. Secondo le stime Maserati, il prototipo sarebbe stato in grado di raggiungere circa 257 cavalli a 7.200 giri al minuto, un salto notevole rispetto ai 180 CV delle prime unità Biturbo a tre valvole per cilindro.
La vera particolarità stava però nella soluzione tecnica adottata per gestire una distribuzione così complessa. Gli ingegneri modenesi svilupparono un sistema brevettato di camme e bilancieri capace di comandare più valvole con un numero ridotto di componenti, evitando un aumento eccessivo di peso e complicazioni meccaniche. Sulla carta, il risultato era brillante poiché garantiva una migliore combustione e un passaggio dei gas superiore di oltre il 30% rispetto ai motori a quattro valvole tradizionali.

Eppure, nonostante le promesse, il progetto non arrivò mai alla produzione di serie. Maserati lo abbandonò dopo una fase di sviluppo avanzata, probabilmente rendendosi conto che i vantaggi reali non giustificavano costi, complessità e rischi tecnici.
In quegli stessi anni anche altri costruttori stavano esplorando strade simili. Yamaha, ad esempio, sperimentò configurazioni con sei e perfino sette valvole per cilindro durante lo sviluppo delle proprie moto sportive. I test portarono però tutti alla stessa conclusione: oltre le cinque valvole, i benefici iniziavano a diminuire rapidamente. Problemi di detonazione, gestione termica complicata e costi di sviluppo sempre più elevati rendevano queste soluzioni poco praticabili.

Non a caso, la configurazione a cinque valvole per cilindro finì per rappresentare il miglior compromesso e venne adottata negli anni successivi da marchi come Ferrari, Audi, Volkswagen e Mitsubishi. Spingersi oltre significava entrare in un territorio di rendimenti sempre più limitati, dove l’aumento della complessità tecnica non si traduceva in benefici proporzionati sul piano delle prestazioni.
Il V6 Maserati a sei valvole rimane così uno degli esperimenti più affascinanti mai concepiti a Modena. Un motore che sulla carta funzionava, ma che arrivò probabilmente troppo in anticipo, e forse troppo oltre, rispetto alle reali necessità industriali del marchio. È il simbolo di una Maserati capace di osare, brillante e ambiziosa, pronta a esplorare soluzioni estreme anche quando la scelta più razionale sarebbe stata fermarsi un passo prima. Ora, invece, il marchio continua a faticare a causa della transizione elettrica, che hanno causato un forte calo delle vendite. Chissà che la collaborazione con Alfa Romeo non riesca a risollevare un po’ la situazione.
